Addio a Marina Cicogna la contessa-produttrice icona della settima arte

5 Novembre 2023

Nipote del creatore della Mostra di Venezia, Giuseppe Volpi di Misurata Dal debutto in alta società all'Oscar con Petri, simbolo di stile e coerenza

ROMA. Nella Repubblica di Venezia non c’erano conti e marchesi; c’erano i patrizi veneti e alcuni di loro, spesso nella famiglia Cicogna, diventarono Dogi di Venezia. Oggi che Marina Cicogna, contessa Mozzoni Volpi di Misurata non c’è più, è giusto riconoscerle il titolo della sua città elettiva, perché del cinema internazionale Marina è stata “dogaressa”, autorità assoluta e figura assolutamente unica. Per un curioso scherzo del destino la nipote del fondatore della Mostra di Venezia, Giuseppe Volpi di Misurata, era nata a Roma, in via del Quirinale a Palazzo Volpi, il 29 maggio 1934 e a Roma, nella luminosa casa affacciata sui giardini di Villa Medici, se ne è andata ieri. Suo padre, Cesare, era stato brevemente coinvolto nelle vicende del cinema italiano all’indomani della guerra, avendo contribuito a finanziare Ladri di biciclette, e durante l’adolescenza, nel capanno di famiglia all’Hotel Excelsior al Lido di Venezia, Marina aveva visto transitare il gotha del cinema americano. Ma quando, quindicenne, conversava con David O. Selznick, il produttore di Via col vento, Marina non immaginava di avere un futuro da protagonista nell’olimpo della settima arte. Cresciuta nel jet set cosmopolita, non ha ancora 18 anni quando fa il debutto nell’alta società al “ballo del secolo” della famiglia Bastegui a Palazzo Labia, sul Canal Grande, e viene immortalata dall’obiettivo di Cecil Beaton. Dopo la separazione dei genitori, diplomata al liceo classico, si trasferisce a New York, frequenta il Sarah Lawrence College, si diploma in fotografia, entra nella grande famiglia di Hollywood grazie all’amicizia con la figlia di Jack Warner, ma si distingue subito per il carattere forte, l’indipendenza, il tratto aristocratico. Nel frattempo, in Italia, sua madre Annamaria Volpi acquisisce, quasi casualmente, la proprietà della casa cinematografica Euro International e chiama Marina, insieme all’amato fratello minore Bino, alla guida della società. Dapprima indirizza la Euro alla distribuzione di cinema straniero cogliendo, grazie al formidabile press agent Enrico Lucherini, un clamoroso e inaspettato successo con lo svedese Helga nel 1967 e confermandosi poi sagace cercatrice del grande cinema d’autore con titoli come L’uomo del banco dei pegni di Sidney Lumet (premiato all’Oscar) e Belle de jour di Luis Bunuel (Leone d’oro alla Mostra di Venezia). Poi decide di entrare nella produzione, prima donna nella storia del cinema italiano, da subito rispettata come protagonista. Si batterà da leonessa per accompagnare al successo autori come Giuseppe Patroni Griffi (Metti, una sera a cena), Pier Paolo Pasolini (Teorema e Medea), Francesco Rosi (Uomini contro), Lina Wertmüller, Enrico Maria Salerno, Sergio Leone e Franco Zeffirelli. Ma il gradino più alto, l’Oscar per il miglior film straniero, lo condivide con Elio Petri nel 1971 per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Le sue scelte sono spesso in controtendenza rispetto ai canoni della distribuzione, ma sempre la portano a conseguire grandi risultati artistici e commerciali.
Dopo la crisi finanziaria della Euro e il tragico suicidio del fratello Bino in Brasile, lascia la società e collabora con Paramount, scontrandosi però con lo Studio che non approva i film di Bertolucci (Ultimo tango a Parigi) e Liliana Cavani (Portiere di notte) da lei proposti. Nel 1975 decide di troncare ogni rapporto con il cinema, ritorna negli Stati Uniti e stringerà una carismatica collaborazione e una grande amicizia con lo stilista Calvin Klein.
Icona della moda, ribelle ad ogni convenzione (fa scalpore la storia d’amore con Florinda Bolkan incontrata sui set di Metti, una sera a cena e Anonimo veneziano da lei prodotti), amica di Gianni Agnelli così come del presidente dei produttori americani Jack Valenti, figura carismatica nel mondo dell’arte, fotografa di qualità (ne ricordiamo la bella mostra Scritti e Scatti del 2009), la «donna più potente del cinema europeo», come scrisse Time, ritorna in Italia negli anni ’90 incuriosita da una nuova generazione di cineasti. Adotterà la sua compagna di vita, Benedetta, che le è stata a fianco fino all’ultimo istante, e nel 2002 viene chiamata dal ministro dei Beni Culturali, Giuliano Urbani, alla guida dell’agenzia di promozione del cinema italiano all’estero, Italia Cinema (poi Filmitalia).
Il suo approdo alla Mostra di Venezia in quell’anno fa scalpore con una grande serata sulla terrazza Cipriani e una partecipazione di star e produttori mai vista prima. Farà della Villa Zavagli al Lido il suo quartier generale e tesserà una tela di sostegni internazionali che andrà di pari passo con la rinascita della Mostra e del nostro cinema. Nel 2012 su iniziativa del presidente della Repubblica è nominata Grand’Ufficiale al merito. Ha avuto numerosi riconoscimenti tra cui il Nastro d’argento nel 2014 e il David di Donatello alla carriera nel 2023, in una cerimonia che ha visto l’intera platea alzarsi in piedi per un tributo emozionante.
Ci lascia alcune pubblicazioni personalissime come La mia Libia (con le istantanee della sua giovinezza nella casa di famiglia a Tripoli alla fine degli anni ’50) e il diario Ancora spero pubblicato da Marsilio nel 2023 con Sara D’Ascenzo. Nel 2021 era stata protagonista alla Festa del Cinema di Roma con il documentario La vita e tutto il resto, prodotto da Riccardo Biadene e diretto da Paolo Bettinetti. «La famiglia», diceva, «non è mai stata la mia vera casa. Il mio mondo, il mondo degli affetti e delle sfide, è sempre stato il cinema e per questo sono vissuta». Non ha mai amato essere celebrata solo come donna, ma la sua eleganza, il suo stile, la sua umanità che univa volontà ferrea e segreta gentilezza, rimangono uniche e ne fanno anche oggi un mito.