Addio a Michel Piccoli, il ribelle del cinema

19 Maggio 2020

È morto a 94 anni l’attore francese che fu l’interprete preferito dei grandi registi europei: da Luis Bunuel a Nanni Moretti

C’è una tenerezza amicale nel fatto che la notizia della morte di un gigante come Michel Piccoli sia stata resa nota, ieri, con sei giorni di ritardo, da un altro monumento del cinema francese come l'ex presidente del Festival di Cannes, Gilles Jacob, in accordo con la volontà della famiglia. Michel e Gilles erano amici veri da una vita; al critico e organizzatore culturale Piccoli aveva affidato nel 2015 il suo bilancio umano e artistico nel volume a quattro mani «J'ai veçu dans mes rèves», un racconto così sommesso e pudico che restituisce in pieno lo stile di un maestro che ha sempre privilegiato i ruoli «laterali», le sfumature in penombra, le interpretazioni corali anziché il riflettore del primo attore. Con gli anni, ne aveva 94, gli era piaciuto smorzare la sua fisicità virile, in favore di una ambiguità sfuggente che in vecchiaia aveva infine ceduto il passo a un calore umano mai mostrato prima.
Figlio di un violinista ticinese con ascendenti italiani e di una pianista francese, Michel Piccoli nasce a Parigi il 27 dicembre 1925, nel 13 arrondissment, vecchio quartiere operaio sulla riva sinistra della Senna. Debutta a 20 anni a teatro e nello stesso momento ottiene la prima parte al cinema in «Sortilegi» di Christian Jacques. Comunista fin dall'adolescenza, legherà con i grandi intellettuali della Rive Gauch: la sua seconda moglie Juliette Gréco, Sartre e Signoret in testa. Ateo convinto, irrequieto e appassionato, troverà in Luis Bunuel il mentore ideale che, con perfida ironia, gli affiderà il ruolo del prete ne «La selva dei dannati» (1956). Da quel momento la sua ascesa sarà sistematica e costante, senza mai abbandonare la passione per il teatro, con speciale predilezione per gli autori contemporanei e i giovani di talento. Al cinema ben presto si ritaglia un ruolo nel pantheon del «polar» (il poliziesco alla francese) passando con disinvoltura da poliziotto a criminale nei film di Pierre Chenal, Jean-Pierre Melville («Lo spione», 1962), Costa-Gavras, René Clement. Di pari passo lega con gli autori della Nouvelle Vague (Alain Resnais e Agnès Varda in prima fila), anche se la notorietà internazionale gli viene da far coppia con Brigitte Bardot ne «Il disprezzo» di Jean-Luc Godard (1963) e poi con Jane Fonda ne «La calda preda» di Roger Vadim (1966). Viaggia spesso tra Francia e Italia (che diverrà la sua seconda patria) grazie al sistema delle coproduzioni e presto diventa una presenza insostituibile nel cinema francese che ritrae con ferocia e tenerezza la borghesia imprigionata dalle convenzioni e dal perbenismo (i film con Chabrol e Sautet). Nel 1967 ritrova per la terza volta Bunuel in un film che farà scalpore («Belle de jour» con Catherine Deneuve e Fernando Rey) e diventerà il suo alter ego cinematografico per tutta l'ultima parte della storia artistica del genio spagnolo. All'italiano Marco Ferreri (e non è un caso) sarà anche più fedele in ben 9 film da «Dillinger è morto» a «La grande abbuffata» a «Come sono buoni i bianchi». Ma in mezzo non c'è regista di vaglia che non lo scelga, chiami, corteggi. La lista è talmente lunga e imponente che riassume la storia del cinema contemporaneo: da Tavernier a Rivette, da Doillon a Carax (per citare i francesi) fino a Alfred Hitchcock («Topaz»); da Marco Bellocchio (premio come miglior attore a Cannes per «Salto nel vuoto» insieme alla sua partner Anouk Aimée) a Elio Petri («Todo Modo»), da Angelopoulos («La polvere del tempo») a Nanni Moretti (il profetico e folgorante «Habemus Papam» con cui vince sia il David che il Nastro d'argento). In seguito si era ritirato in un severo maniero in Normandia con la sua ultima moglie Ludivine Clerc e i due ragazzi adottati, Inord e Missia. Ormai si mostrava di rado se non per le battaglie in favore di Amnesty International, del sempre sostenuto Partito Socialista, del suo grande amore, la Croisette di Cannes.
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