Addio a Sidney Poitier, il gigante che riuscì a cambiare Hollywood

Primo attore afroamericano a vincere un Oscar nel 1964 è scomparso a 94 anni alle Bahamas, sua terra d’origine
ROMA. C'è stato un tempo in cui agli uomini di colore in America era impedito di frequentare i locali dei banchi, salire sugli stessi autobus, vincere premi e perfino veder riconosciuta la propria dignità. Non era ancora il tempo in cui Barak Obama poteva diventare Presidente degli Stati Uniti, ma in quel tempo non troppo lontano, un altro americano di colore riuscì a infrangere la barriera della segregazione razziale, facendosi applaudire senza condizioni e vincendo perfino l'Oscar come miglior attore. Quell'uomo, un gigante gentile che nessuno avrebbe chiamato con disprezzo “negro”, si chiamava Sidney Poitier e oggi Hollywood lo piange come ultimo esponente dell’Età dell’oro che trionfava tra gli anni '50 e '60. Se Obama veniva dalle Hawaii, Poitier era un americano per caso: la sua famiglia di poveri agricoltori si era stabilita nelle Bahamas e forse discendeva dagli schiavi haitiani, come farebbe supporre l'origine francese del cognome. Nacque a Miami per caso, durante una gita che costrinse la madre in ospedale per un parto prematuro. Dopo la nascita di Sidney, il 20 febbraio del 1927, la famiglia dovette rimanere in America per tre mesi prima che il bambino recuperasse la salute. In cambio ebbe in dono la cittadinanza americana insieme a quella inglese, visto che allora le Bahamas erano un protettorato della Corona. Rimpatriato a Nassau, il piccolo Sidney vi restò fino ai 15 anni, quando tornò in America con il fratello maggiore. Un anno dopo viveva già da solo a New York, lavando piatti di giorno e sognando il teatro di notte. Conquistare un palcoscenico non fu facile, ma dopo un paio di audizioni fallite per il marcato accento delle isole e le modeste capacità vocali, fu finalmente accettato nell'American Negro Theater dopo una breve parentesi militare terminata con il congedo per simulata malattia mentale che uno psichiatra compiacente approvò. Poitier era stato assegnato a un ospedale militare ma non sopportava la brutalità degli psichiatri dell'esercito e per questo lasciò l'uniforme prima della fine della guerra. Era appena maggiorenne, ma il suo talento da attore emerse in fretta a Broadway con una applaudita Lisistrata in cui giganteggiava come protagonista maschile. A notarlo fu il tycoon di Hollwyood, Daryl Zanuck, che gli fece firmare un contratto per Uomo bianco, tu vivrai di Joseph Manckiewicz, in cui teneva testa al fanatico razzista Richard Widmark. Nonostante l'amore per il teatro che lo avrebbe applaudito a più riprese regalandogli due nominations agli Emmy e un Grammy come voce recitante nel disco Measure of a man, la vita artistica di Sidney Poitier si consuma nel cinema: spesso attore prediletto dai registi ribelli degli anni '50 e 60: Richard Brooks in Il seme della violenza» (il primo successo personale nel 1955), Martin Ritt (Nel fango della periferia, 1957), il veterano e da lui amatissimo William Wellman (Addio, lady, 1956) e soprattutto Ralph Nelson (l'autore di Soldato blu) che gli fece vincere l'Oscar nel 1964 con I gigli del campo. Fu il primo “nero” a conquistare il premio come miglior attore e sarebbe rimasto l'unico fino alla generazione di Louis Gossett Jr (Ufficiale gentiluomo) e Denzel Washington. Ma l'America di Sidney Poitier era ancora quella delle marce di Martin Luther King, del sogno kennediano per una Nuova Frontiera, del Ku Klux Klan e dei primi scontri razziali. Alla ribellione di Malcolm X, l'attore venuto dalle Bahamas contrapponeva una rivoluzione gentile, ruoli socialmente impegnati (come La parete di fango di Stanley Kramer), un orgoglio di razza fondato sulla tolleranza. Con questi mezzi e con la complicità di due registi come lo stesso Kramer e Norman Jewison, riuscì a conquistare il grande pubblico e a imporsi come un'icona di tutta l'America. Accadde nel 1967 quando la rivolta giovanile infiammava il mondo. Poitier la tradusse in una commedia di costume e un thriller sociale che fecero epoca: Indovina chi viene a cena? con due giganti come Spencer Tracy e Katharine Hepburn, in cui lui conquista il cuore di una famiglia tipicamente wasp ma di convinzioni liberal, prendendo in moglie la tipica ragazza americana conosciuta alle Hawaii. E più esplicitamente La calda notte dell'ispettore Tibbs» in cui ottiene il rispetto del brutale sceriffo Rod Steiger, con cui fa coppia nell'indagine su un omicidio a sfondo razziale nel cuore del Mississippi. Entrambe le pellicole hanno un successo planetario e Poitier si affezionerà al personaggio dell'incorruttibile Virgil Tibbs, tanto da riprenderlo in altri due film.
Alla fine degli anni ’60 l'attore è ormai diventato un'icona che resterà nella storia. Nonostante abbia sempre professato un sostanziale agnosticismo, spesso ha scelto ruoli in cui la fede nella giustizia va di pari passo con i precetti della religione; dopo un primo matrimonio e una lunga relazione, ha sposato nel 1976 l'attrice canadese Joanna Shimkus, dando origine a una autentica famiglia patriarcale con sei figlie (quattro dal primo matrimonio), otto nipoti, tre pronipoti.
Sul piano artistico si è cimentato nove volte nella regia scegliendo quasi sempre la via della commedia, quasi a volersi distaccare dal proprio mito, esaltando il talento di Gene Wilder e Richard Pryor. Ma basterebbe scorrere la lista dei suoi premi per capire lo spessore del personaggio: due Oscar; tre Golden globes e otto candidature, due premi e cinque candidature ai Bafta; la medaglia della Libertà (massima onorificenza civile Usa, conferitagli da Barak Obama), il titolo di Cavaliere dell'Impero Britannico assegnatogli dalla Regina Elisabetta; la nomina ad ambasciatore delle Bahamas. Non è un caso che la sera dell'Oscar il suo successore Denzel Washington gli abbia dedicato la sua statuetta esclamando: «Seguirò sempre le tue orme, Sidney, e non c'è niente che vorrei di più».
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