Addio Bruno Ganz angelo poliglotta del cinema d’autore

Per un'intera generazione di appassionati di cinema, Bruno Ganz è stato il corniciaio Zimmermann di L’amico americano e l'angelo Damiel di Il cielo sopra Berlino e Così lontano, così vicino. Si...
Per un'intera generazione di appassionati di cinema, Bruno Ganz è stato il corniciaio Zimmermann di L’amico americano e l'angelo Damiel di Il cielo sopra Berlino e Così lontano, così vicino.
Si potrebbe quasi affermare che, nell'immaginario collettivo, la sua faccia tormentata e buffa, il suo sorriso mite e il naso insolente hanno dato volto e voce all’indole più personale del suo regista, Wim Wenders, e allo spirito di una stagione del cinema tedesco ed europeo. Ma ricordare così l’attore svizzero (di madre italiana) che è scomparso ieri a Zurigo dopo una tenace lotta contro la malattia, non rende giustizia a quello che è stato riconosciuto come «il miglior attore di lingua tedesca del secondo Novecento».
I suoi più grandi trionfi sono infatti legati al palcoscenico e ai suoi primi ispiratori: il regista Peter Stein e l’attrice Edith Clever con cui fondò, a Berlino nel 1970, la mitica Schaubühne, compagnia teatrale di marca brechtiana che rivoluzionò la scena europea. Del resto, nonostante il crescente successo sullo schermo, iniziato con la stagione del «nuovo cinema tedesco», Bruno Ganz non abbandonò mai il teatro e scelse con cura gli impegni cinematografici, tanto che è difficile oggi – scorrendo la sua filmografia – trovare ruoli minori o strettamente «alimentari». Nato a Zurigo il 22 marzo del 1941 da un meccanico svizzero, Ganz scoprì giovanissimo la sua vocazione e abbinò gli studi universitari a una costante frequentazione delle compagnie teatrali. A scoprirlo fu uno degli interpreti più carismatici dell’epoca, il tedesco Gustav Knuth che gli italiani ricordano per la serie di Sissi in cui interpretava il Duca Massimiliano. Knuth notò il giovane Bruno nel 1960 (The Gentleman in the Black Derby) in cui vestiva i panni di un portiere d'albergo.
Ma non fu un’esperienza fortunata e dopo un paio di altre particine, ottenute con l’aiuto del popolare attore, Ganz preferì restare fedele a un’idea innovativa del teatro, concentrandosi sulla recitazione straniata nel solco di Bertolt Brecht. Sicché si può ben dire che il vero pigmalione fu Peter Stein, amico e sodale per tutta la vita.
Grazie a lui, del resto, Ganz assunse una dimensione unica conquistando il titolo di «attore dell’anno» già nel 1973 e poi spaziando dalle rivisitazioni della tragedia greca (il Prometeo incatenato da Eschilo) fino al romanticismo neoclassico del suo formidabile Dottor Faustus da Goethe con cui nel 2000 affrontò la maratona di ben 11 ore in scena in sette giorni. A quell’epoca era però già un protagonista carismatico e popolare per merito del cinema. Nel 1976 aveva accettato tre film tra i quali una originale coproduzione franco-tedesca diretta da Eric Rohmer: si trattava de La marchesa von O, dal testo di Von Kleist in cui vestì magnificamente i panni del Conte che darà un figlio alla Marchesa. Sullo schermo si riformava la coppia teatrale che aveva colpito il pubblico tedesco: Bruno Ganz e Edith Clever.
Dopo il successo critico del film e una travagliata storia d’amore con Romy Schneider che l’aveva portato a lasciare la moglie Sabine e il figlio Daniel, Ganz incontra Wim Wenders che lo chiama, a fianco di Dennis Hopper ne L’amico americano, dal romanzo di Patricia Highsmith. Il riuscito cocktail tra la forma narrativa del noir e le pensose scorribande visive del miglior Wenders producono un’opera memorabile.
L’amicizia tra l'attore e il regista li porterà poi a ritrovarsi, 10 anni dopo, per Il cielo sopra Berlino. Intanto però Ganz diventa il volto prediletto di una nuova ondata di registi amati dalla critica e dalla cinefilia: è protagonista per Peter Handke in La donna mancina e per Reinhard Hauff in Il coltello in testa (entrambi del '78), Werner Herzog in Nosferatu (1979), Wolker Schlondorff (suo il carismatico fotoreporter de L'inganno, 1981). Ma Ganz è assetato di cinema europeo e grazie al suo talento per le lingue, sempre con inconfondibile accento, sbarca in Italia (lo vogliono Bolognini per La vera storia della signora delle camelie, Nelo Risi per Un amore di donna, Giuseppe Bertolucci per La domenica specialmente e Oggetti smarriti), viaggia tra Svizzera e Portogallo per il magnifico Dans la ville blanche di Alain Tanner, riconquista la sua terra natale con Bankomatt di Villi Hermann.
Non ha mai paura di osare e quindi accetta anche proposte più internazionali come Strapless dell'inglese David Hare, The last days of Chez Nous dell'australiana Gillian Armstrong, stringe amicizia con Theo Angelopoulos che per L'eternità e un giorno vincerà la Palma a Cannes nel 1998. Se in quella vivace stagione il pubblico italiano si innamorerà di lui per Pane tulipani di Silvio Soldini (David di Donatello del 2000), sarà la sua interpretazione di Hitler nel 2004 (La caduta del tedesco trapiantato a Hollywood Oliver Hirschbiegel) a farne un’icona mondiale. «Avrei voluto arrivare al cuore di Adolf », ha detto una volta, «ma ho fallito perché non c'era un cuore».
Anche nella maturità, punteggiata da incursioni personali come la composizione di Luigi Nono Il cantico sospeso con i Berliner, Ganz ha sempre scelto il meglio lavorando con autori del calibro di Francis Coppola, Billie August, Ridley Scott, Atom Egoyan e sostenendo giovani registi quando si appassionava a un copione come per La fine è il mio inizio di Jo Baier in cui «diventò» Tiziano Terzani. Ancora alla scorsa edizione di Cannes era sul tappeto rosso a fianco di Lars von Trier per il discusso The House that Jack Built. Oggi lo ricordala Berlinale in un'edizione di passaggio dal vecchio al nuovo (è l'ultima firmata da Dieter Kosslik) che va a coincidere con la scomparsa di un'epoca: i giorni del nuovo cinema tedesco e dell’«ultima onda» del cinema europeo finiscono con la fine di Bruno Ganz, l'uomo che viveva in tre case: a Zurigo con l'amata Ruth Walz, a Venezia dove restava il suo cuore, a Berlino dove pulsava la sua vita.