Addio Pampanini bellezza in bicicletta di un’Italia perduta

7 Gennaio 2016

ROMA. Prima di Gina Lollobrigida, prima di Sophia Loren, al tempo dei concorsi di bellezza e di un'Italia che la guerra non aveva piegata, l'astro di Silvana Pampanini - morta ieri mattina, all’età...

ROMA. Prima di Gina Lollobrigida, prima di Sophia Loren, al tempo dei concorsi di bellezza e di un'Italia che la guerra non aveva piegata, l'astro di Silvana Pampanini - morta ieri mattina, all’età di 90 anni, al Policlinico Gemelli di Roma dove era ricoverata da metà ottobre - cominciò a risplendere e non fu una stella cometa, ma una stella luminosa che attirò registi famosi, attori di grido, principi e magnati in una ridda di successi commerciali, applausi internazionali, flirt sempre annunciati e sempre smentiti, compreso quello romantico di Totò, che per la bellissima attrice provò un sentimento profondo e mai veramente ricambiato. La Pampanini sostenen sempre che Totò scrisse per le i la canzone “Malafemmena”.

Nata a Roma il 25 settembre del 1925, romana ma di famiglia veneta, Silvana Pampanini doveva essere cantante nel segno di una zia celebre, la soprano Rosetta. Diplomata all'istituto magistrale e al conservatorio di Santa Cecilia, la ragazza aveva una vera propensione al canto, tanto da aver tenacemente conservato la sua voce in tutti i film in cui i suoi personaggi cantavano, mentre tante brave doppiatrici si sostituirono sempre a lei per darle voce nei film più celebri. Invece le cose cambiarono in una sola notte quando la sua maestra di canto la iscrisse a sua insaputa al primo concorso di Miss Italia, a Stresa nel 1946. Sconfitta dalla giuria fu recuperata a furor di popolo dal pubblico, tanto da obbligare gli organizzatori del premio ad attribuirle un ex aequo che ne fece subito una ragazza-copertina sui rotocalchi.

Il passo verso il mondo dorato della celluloide, amplificato dai fotoromanzi e dalle prime indiscrezioni sentimentali fu brevissimo tanto che nello stesso 1946 Silvana otteneva il primo ruolo a Cinecittà: “L'apocalisse” di Giuseppe Scotese. Il 1949 è l'anno dei “Pompieri di Viggiù” di Mario Mattoli in cui interpretava Fiamma, figlia del capo dei pompieri Carlo Campanini. Sullo stesso set, in un diverso episodio, c'è anche Totò che la vorrà con sé in “47 morto che parla” di Bragaglia l'anno dopo. È dello stesso anno, il 1949, “Bellezze in bicicletta” di Carlo Campogalliani che la vede al fianco di una scatenata Delia Scala nel ruolo di un'aspirante ballerina che vorrebbe entrare nella compagnia di Totò. Un passo ancora e la sua popolarità varca i confini nazionali. Diretta da Mario Soldati in una scatenata parodia dell'hollywoodiano “Quo Vadis”, la Pampanini veste la stola di Poppea .Negli anni Cinquanta si afferma in un cinema più “serio” grazie ad autori come Luigi Zampa (Processo alla città), Luigi Comencini (La tratta delle bianche), Pietro Germi (La Presidentessa), tutti del 1952.

Con il nuovo decennio è invece fin troppo frettolosamente archiviata dal nostro cinema a favore di nuove bellezze e di un cinema più smaliziato e adatto ai tempi del boom. Sarà Dino Risi a tributarle un affettuoso omaggio nel “Gaucho” del 1964 in cui le affida però il ruolo di una diva sul viale del tramonto in un memorabile confronto con Vittorio Gassman, affiancato da Amedeo Nazzari e Nino Manfredi. L'attrice ha intanto trovato un nuovo pubblico alla tv, mezzo in cui crede fin dalla nascita e che la vede protagonista. Alla fine degli anni Sessanta la Gran Dama si ritira di fatto, vedendosi come una nostrana Greta Garbo che Cinecittà non merita più. Ha dato alle stampa un'autobiografia piena di verve fin dal titolo “Scandalosamente perbene”, ha sempre mantenuto uno stretto riserbo sulle sue vicende private celando perfino il nome del grande amore che non avrebbe potuto sposarla a pochi mesi dal fatidico “sì” perché stroncato da una grave malattia. E’ sempre stata anche una spiritosa polemista come quando si scagliò contro la «presunta erede» Gina Lollobrigida, rea di essersi sposata con un uomo molto più giovane. Occhi da tigre, bocca di fragola, curve «pericolose» e allegra sfrontatezza ne fecero un'icona: oggi diventa un ricordo per un'Italia che non esiste più.

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