Addio Peter Brook, leggenda del rigore nella regia teatrale

4 Luglio 2022

Tra le più grandi figure della scena internazionale, l’artista è morto a 97 anni Memorabili il suo “Marat-Sade” a metà anni ’60 e poi il colossale “Mahabarata” 

«Lo spirito, questa materia immateriale impossibile da giustificare e da mostrare, è l’unica giustificazione per l’evento teatrale», ha sempre affermato Peter Brook, una delle più grandi figure della scena teatrale scomparso ieri a 97 anni (era nato il 21 marzo 1925), con tutta la ricchezza del suo lavoro.
Basterebbe ricordare il suo “Marat-Sade” di Weiss a metà anni ’60 e poi il colossale “Mahabarata”, spettacolo per Avignone del 1985 divenuto anche film e recentemente graphic novel. «La corda tesa è l’immagine che meglio rappresenta la mia idea di teatro», dichiarava, aggiungendo «non voglio insegnare nulla, non sono un maestro, non ho teorie». Per lui l’importante è sempre stata l’impressione, far scattare la fantasia, che più è libera, più è essenziale e forte il punto di partenza. Brook si è sempre impegnato per far scomparire in scena ogni artificio, per far sì che il diaframma tra la vita e l’arte venisse superato, annullando il concetto di finzione davanti alla rivelazione di una verità esistenziale profonda. Così con lui il teatro diventava esperienza intima collettiva di vita, perché «quando un gruppo è riunito per un evento intenso, che deve esprimere tutto ciò che in poesia un grande autore può dare, lo spirito diventa tangibile come è tangibile che quest’impressione non si può avere in solitudine e il suo senso per tutti è che la vita può essere vissuta». Firma la sua prima regia a 18 anni e quindi si fa notare come interprete delle opere di Shakespeare, tanto da diventare, prima, direttore del London’s Royal Opera House e, nel 1962, della Royal Shakespeare Company, dove affianca ai classici opere moderne e lavori sperimentali ispirate al “teatro della crudeltà” di Artaud, come un celeberrimo “Marat-Sade” di Peter Weiss e “Us”, lavoro che faceva riferimento alla violenza della guerra in Vietnam e si concludeva «scandalosamente» con un segno forte, bruciando viva una farfalla. Nel 1970 si trasferisce in Francia e fonda a Parigi il Centre international de creation thetrale, dove, sotto l’influenza di Grotowski e del Living Theatre di J. Beck, sono state sperimentate le possibili applicazioni teatrali di un linguaggio non significante, improvvisato e massimamente gestualizzato. Viaggia in Africa, improvvisando spettacoli nei posti più sperduti. Poi torna a Parigi dove apre Les Bouffes du Nord e comincia a pensare e lavorare al “Mahabarata”, che diverrà uno spettacolo poetico e rigoroso di 9 ore, allestito in una cava di pietra, poema indù di 70mila versi sull’origine del mondo e la sua confusione e incertezza, restituendone, in una babele di lingue e razze, la verità profonda senza perderne il senso di favola. Da allora non ha più smesso di girare il mondo con i suoi spettacoli, da quelli ironici, giocosi e malinconici legati al suo mal d’Africa come “Sizwe Banzi est mort” di Fougard o “The suit”, a un’invenzione sorprendente quale la sua “Carmen”, realizzata nel 1986 su una base di terra, trasformando i teatri in arene, con gli spettatori solo nelle balconate o in palcoscenico, cercando lo spirito autentico del personaggio di Mèrimèe e riducendo l’opera di Bizet quasi a un lavoro da camera. Del resto il suo “Flauto magico” mozartiano, arrivato quasi come un testamento nel 2011 al Piccolo di Milano, si avvaleva di un solo pianoforte, fiaba simbolica, lieve e profonda, che resta un po’ come la summa esemplare delle teorie e del teatro di Brook, del suo «spazio scenico vuoto» in cui l’intuizione porta a distillare il senso dell'opera attraverso il corpo e la voce degli attori di tutte le culture. Un lavoro portato avanti fino all’ultimo, la sua sesta volta nel novembre 2021 a Solomeo, in Umbria, con “La Tempesta” rivisita alla sua maniera, con una regia invisibile e accurata nei particolari, in coppia con Marie-Hè lè ne Estienne.