Augusto Di Stanislao al MaggioFest: «L’amore non è un like sui social»

Oggi l’incontro al Braga sul suo libro “Amore amaro”, un spaccato sulle relazioni che si trascinano
TERAMO. «Il libro Amore amaro è lo spaccato di rapporti che si sono trascinati, costi quel che costi, per tentativi ed errori, nell’inconscia convinzione che la vita è un destino che ha in serbo per ognuno di noi un bel finale». È una delle considerazioni contenute nella recente pubblicazione di Augusto Di Stanislao, psicoterapeuta e sociologo, già coordinatore del Centro di terapia familiare della Ulss di Giulianova, una lunga esperienza professionale nei servizi sanitari territoriali, di psichiatria prima e Dipartimenti di salute mentale poi, docente universitario, autore di saggi su temi inerenti sanità, salute mentale, ottica sistemico-relazionale.
Amore amaro. La vita, le relazioni, i sentimenti, le emozioni (Duende, 105 pagine, 14 euro) viene presentato oggi a Teramo nella sezione Libri del 32° MaggioFest, organizzato dall’ associazione culturale Spazio Tre con la direzione artistica del regista Silvio Araclio. Ore 18, auditorium conservatorio Braga, ingresso gratuito. Dopo i saluti di Araclio e di Lino Befacchia e Federico Paci, rispettivamente presidente e direttore del Braga, Di Stanislao parlerà del suo libro con chi scrive. Letture di Ottaviano Taddei, attore e regista della compagnia Terrateatro, intermezzi alla fisarmonica del musicista Alessio Fratoni.
Di Stanislao, Amore amaro, come i suoi precedenti libri, ha una forma ibrida che contiene saggio, poesia, immagine. Perché questa scelta?
«Rispecchia la vita: le contaminazioni che abbiamo nel corso della vita le ripropongo nelle mie pubblicazioni. Questa forma contaminata avvicina molto il pubblico, crea immediatamente empatia».
Che riscontro ha?
«Il riscontro più rilevante è su due livelli. Uno è quello dei social, perché la gente immediatamente leggendo i brani si immedesima e capisce di cosa sto parlando, e le reazioni rivelano il bisogno di confrontarsi di uomini e donne. L’altro livello, più prosaico ma importante, è quello delle vendite, molti acquistano questi libri, vuol dire che c’è una sintonia sulle riflessioni che propongo su una vita che non è quella romanzata ma quella vissuta».
Oltre a un breve saggio le pagine di “Amore amaro” si articolano in sue poesie, che lei preferisce chiamare reportage, e immagini di celebri quadri o foto. Come nascono questi testi? Si fondano sull’ascolto di esperienze di vita?
«Sono racconti scaturiti dagli incontri di psicoterapia, vengono fuori dai vissuti a me raccontati, che segnalano un modo di stare nella vita che spesso espone a tante intemperie. Testi anonimi ma legati a esperienze concrete, in cui molti si possono riconoscere. Leggendo quei brani puoi subito capire che hai di fronte una persona, una relazione, una cartella clinica, una storia poliedrica che è come una storia di tutti noi».
Lei scrive che in una relazione la domanda da farsi è: “sto bene in questo rapporto?”. Devono chiederselo soprattutto le donne?
«In questa fase storica sì, a causa di quanto succede spesso alle donne in relazioni ammalorate. Ma in una relazione deve essere una domanda spontanea da parte di entrambi, cioè chiedersi se la relazione mantiene ancora i presupposti per cui è nata e se ancora è valido il progetto di futuro che insieme si pensava di costruire. Le relazioni nascono spesso dai bisogni anzichè dai sogni e questo da subito inficia il rapporto».
Alla radice delle relazioni tossiche c’è a volte l’atteggiamento masochistico delle donne, la convinzione di poter cambiare il partner, quell’ “io ti salverò” invece di salvare se stesse?
«Assolutamente sì, tant’è che molte donne, anche a causa di un’errata educazione sentimentale, pensano che il partner sia un destino, invece bisogna far capire che non è così. Eppure vanno avanti in questa tragedia. Invece bisogna tirarsi fuori, con un percorso di ricostruzione di sé. Solo se tu stai bene con te stessa e acquisisci strumenti di consapevolezza te ne puoi tirare fuori».
Prendere in considerazione la psicoterapia è un passo difficile?
«Creare un percorso di psicoterapia è molto più facile di quel che si pensa. Abbiamo a che fare con persone che in un certo momento della vita hanno bisogno di resettare la propria esistenza per avere un’opportunità e un futuro. La confessione ha a che fare con l’espiazione e all’affidarsi ad altri sopra di te, invece la psicoterapia ti offre uno strumento di emancipazione e autonomia, di cambiamento, ti mette in condizione di riprenderti totalmente la tua vita e la tua libertà. Vi si può accedere gratuitamente nelle strutture Asl, ma anche col bonus psicologo. Ovviamente la psicoterapia non può far miracoli, ma funziona laddove c’è la volontà di cambiare. Se situazioni deteriorate si riescono a prendere in tempo si propone la psicoterapia di coppia, un percorso in cui riuscire a far capire dove uno cresce e l’altro regredisce in un controllo ossessivo. Il problema è sempre quando uno si mette nelle mani dell’altro affidandogli la propria vita. Invece bisogna dare e ricevere in egual misura, altrimenti il rapporto è sbilanciato. L’amore non può esere né dipendenza né possesso».
Come si fa la manutenzione di un amore?
«Bisogna capire quando assuefazione, consuetudine, ritualità di gesti e parole hanno svuotato la relazione, che invece va nutrita continuamente con novità, trovando momenti per sorprendere il partner. L’amore non è un dato acquisito per sempre. E questo serve anche a evitare l’annullamento nella relazione, che diventa dipendenza tanto da arrivare a pensare che l’amore sia tormento e non passione, condivisione, affetto. Si passa dall’innamoramento all’amore quando si è creata una progettualità condivisa e forte che si rivolge con sguardo a due, comune, sul futuro. La relazione di coppia è un’alleanza, è un incontro di visioni dentro la passione».
Sui social il termine “amore” ha perso spessore e verità?
«È stato svuotato di contenuti, basta un like o un cuoricino per travisare il concetto di amore, che invece si sente e si vive guardando negli occhi il partner, non sbirciando sui social. La virtualità è un impoverimento della relazione, che chiede prossimità e vicinanza. E questo vale anche per l’amicizia».
Lei scrive che i sentimenti si apprendono. Come?
«Abbiamo appreso l’educazione sentimentale attraverso le relazioni in famiglia, cardine di questi sentimenti, corredo culturale che la famiglia ti dà prima della scuola. Poi, una volta a scuola, ascoltando gli insegnanti che parlavano della poesia, dei grandi classici, dei miti che hanno alimentato le tue passioni. Un grande nutrimento perso negli ultimi trent’anni, dove le soap hanno sostituito Catullo».
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