Barbàra presenta I Malarazza: «Penso a una saga abruzzese»

Il giornalista e scrittore presenterà sabato a Pescara il suo nuovo romanzo
PESCARA. Le famiglie Montalto, Rizzo, Scudera e Trupiano pronte a sbarcare in Abruzzo. Sarà presentato sabato 20 gennaio alle 17,30, nella libreria Mondadori di via Milano a Pescara, il romanzo “I Malarazza” del giornalista, scrittore e sceneggiatore Ugo Barbàra. L’autore dialogherà con Ileana Sciarra per raccontare il suo nuovo romanzo edito da Rizzoli, una saga che ripercorre la scalata di una ricca famiglia ricca siciliana, da Castellamare del Golfo agli Stati Uniti, tra il 1860 e il 1880.
Barbàra Come nasce questo libro? R.
L’idea è nata tanti anni fa quando vivevo negli Stati Uniti, ospite di una famiglia di italo-americani i cui antenati, armatori, era arrivati in America già ricchi. Quindi non quel tipo di emigranti con le valigie di cartone. Erano borghesi che avevano capito che in America potevano ampliare la propria ricchezza. La storia mi aveva colpito, l’ho covata per anni, ho fatto tanta ricerca e poi, durante il periodo del Covid, è esplosa in quattro mesi.
Perché questo titolo?
È sempre legato a quella famiglia, che era composta da tre donne, molto avanti con l’età, perennemente alla ricerca di qualche business. Quando ho detto loro di riposarsi e godersi tutto quello che avevano, una di loro mi ha risposto: “figghio mio, è la malarazza”. Letteralmente, in siciliano, malarazza è qualcuno da non frequentare, ma lei parlava dell’incapacità di godere di quello che si ha.
Lei ha scritto diversi romanzi, di generi anche molto differenti. C’è un elemento che li accomuna?
Mi piace lasciarmi guidare dai personaggi, più che dalla trama. Penso sia questo il fil rouge, che sono sempre i personaggi a tessere la trama.
In un’era in cui si legge poco e il pubblico è sempre più frettoloso, non ritiene sia un azzardo scrivere un libro da 500 pagine?
È proprio questa la filosofia: andare nel senso opposto. Il tempo di fruizione di un contenuto si è ridotto in maniera drammatica, per cui ha sempre meno senso fare cose di piccola gittata. Da un lato c’è chi vuole un consumo ultra rapido, ma io non credo che in forma di narrativa si sia trovato un modello che possa soddisfare questa necessità. Al capo opposto, ci sono quelli che vogliono qualcosa che faccia loro compagnia per giorni e giorni, vogliono affezionarsi ai personaggi.
In che parte del mondo andrebbero i suoi personaggi oggi per soddisfare le proprie ambizioni?
Oggi per tanti la terra dei sogni è l’Australia, forse perché è l’ultima ad avere ancora un barlume di ideale della frontiera. Ma se dovessi ambientare la storia al presente, forse parlerei di una famiglia che si occupa di finanza e che va a Londra o a Francoforte.
I suoi personaggi oggi voterebbero Trump o Biden?
Sono sicuro che Rosaria Battaglia e Antonio Montalto voterebbero senza tanti pensieri Trump, perché sono capitalisti ante litteram che vedrebbero, nel suo liberalismo esasperato, il loro ideale.
E più semplice inventare storie o cercare notizie reali?
Avendo fatto tanta ricerca per i Malarazza mi sono imbattuto in molti personaggi poco o non raccontati. Mi sono reso conto che i personaggi più inverosimili del mio romanzo sono proprio quelli reali. Credo sia molto più facile trovare nella realtà storie assurde che inventarsele.
Cosa le piace leggere?
Sono sempre stato un appassionato di thriller ma ora sono arrivato un po’ a saturazione. Da qualche anno ho riscoperto i grandi classici del romanzo ottocentesco perché hanno una costruzione che ancora non risente dell’influenza del cinematografo. C’è ricchezza di personaggi, profondità psicologica, una dinamica degli eventi molto moderna e, quasi sempre, una scrittura raffinatissima.
Che rapporto ha con l’Abruzzo?
Molto stretto perché mia moglie è di origini abruzzesi, dell’Aquila. Tanti anni fa, forse nel 2003, mi sono anche piazzato secondo al Pescara Corto Script, un premio per cortometraggi. L’Abruzzo è una terra da scoprire, ma che si racconta sempre molto poco. Io ho in mente un’altra saga su una famiglia che proviene dall’Abruzzo, perché gli abruzzesi hanno avuto un ruolo fondamentale a Roma nel Dopoguerra. Non so se la ambienterò tutta in Abruzzo, ma in parte sì. Però c’è da dire che l’Abruzzo è un posto che non puoi raccontare senza averlo vissuto, perché è difficile renderne la ricchezza e la particolarità di cambiare panorama e carattere degli abitanti in così poca distanza.
Guardando al futuro, I Malarazza torneranno?
Molto presto, è una trilogia.