Bella ciao, da canto delle mondine a canzone della libertà
Carlo Pestelli ricostruisce la storia di un brano simbolo nel saggio appena uscito con prefazione di Moni Ovadia
É in libreria da pochi giorni "Bella ciao. La canzone della libertà" (Add editore) di Carlo Pestelli con prefazione di Moni Ovadia, saggio che ripercorre e racconta l'affascinante (e per molti tratti ancora oscura) storia di una canzone che è il simbolo della libertà. “Bella ciao” ha un cuore antico, discendenze francesi, progenitori piemontesi, veneti, e anche abruzzesi che, secondo l'autore, possono essere alla base dell'approdo della canzone al mondo della Resistenza. Questa canzone, comunque, si può dire che abbia molti nonni e zii, ma paradossalmente non un vero padre. Nato come canto delle mondine, fatto proprio dai partigiani, oggi è diffuso nelle lingue di tutto il mondo. Pestelli è un cantautore emergente, impegnato sul versante dell'ironia militante, suona da solo o con Mario Congiu alla chitarra, Vito Miccolis dei Tribà alle percussioni, Giorgio Li Calzi alla tromba e Gianni Coscia alla fisarmonica. Dopo le prime esperienze a base di rock, Pestelli viene folgorato dalla musica folk, catturato dalle esperienze dei cantacronache come Michele Straniero e Fausto Amodei. Così, tenendo ben presente il percoso dei cantautori italiani, tra cui Lolli, De Andrè e Ciampi, inventa uno stile tutto suo fatto di ballate cantautorali e canzoni intelligentemente ironiche che diventano le due facce di una stessa medaglia. Lui questo lo spiega con il fatto che la sua casa «è situata su uno strano meridiano taurinensis, a metà strada tra la casa natale di Fred Buscaglione e quella di Umberto Tozzi». Pubblichiamo di seguito uno stralcio della prefazione di Ovadia.
di MONI OVADIA
Carlo Pestelli ha scritto un bel libro, coinvolgente e intrigante, che si intitola come la canzone di cui racconta l'appassionante epopea senza mai cadere nella retorica e nel celebrativismo, Bella ciao, sottotitolo La canzone della libertà. Pestelli ricostruisce il fiume, talora carsico, del celeberrimo canto partigiano/mondino con i suoi due affluenti principali: La bevanda sonnifera e Fior di tomba e le sue derive, le sue correnti a volte impetuose, tracciandone con precisione tutte le possibili origini; ci segnala non tanto la loro verità, quanto la loro verosimiglianza, a tratti credibile, a tratti creativa, a tratti forzata ma non per questo priva di fascino; ci presenta i suoi autodichiarati autori, le loro fonti, i frammenti di canzoni e di testi prossimi che li hanno influenzati consciamente o preconsciamente. Con questo viaggio in una sola canzone, scopriamo le ragioni testuali, musicali e ritmiche di un successo planetario, universale. Ho sempre pensato che la capacità di un canto di suscitare adesione, emozione e coinvolgimento sia la prova provata dell'universalità della condizione umana al di là di confini, nazioni, sistemi di governo e persino delle differenze culturali e delle lingue che pure rappresentano l'espressione della bellezza e del genio molteplice di una comune appartenenza antropologica e di un solo destino: il destino condiviso della passione per il valore della libertà.
Per questo motivo Bella ciao è universale anche nel rifiuto che genera in fascisti e in reazionari sotto qualsiasi travestimento si presentino e nel fastidio che provoca in quei sedicenti moderati che non vogliono essere messi di fronte a certe scelte fondamentali. Bella ciao nel passaggio dall'essere cantata nelle situazioni esistenziali e concrete in cui è germinata e per cui è stata creata dai suoi molti possibili autori, alla rappresentazione in una scena teatrale che fa scandalo – lo spettacolo che porta il nome della canzone presentato al Festival di Spoleto nel 1964 – cambia status, diventa “inno”, simbolo, si fa urgenza comunicativa immediatamente fruibile, partecipazione collettivamente esprimibile. I gruppi, le piccole folle e le masse che la cantano sono prese dall'iterazione delle due parole del titolo che sono in un italiano transnazionale, “cosmopolita”, di tutti, in ogni luogo. Il battito delle mani intrinseco alla canzone travolge chiunque si trovi in mezzo alle sue note e ai suoi versi. Il comune denominatore che unisce chi la canta perché non può farne a meno sta forse nel prepotente sentimento che si prova nel tempo di un “bella ciao”: chi le dà voce afferma di essere libero in una comunità di liberi. Cosa importa se i cori collettivi di Bella ciao sono spesso fracassoni e sgangherati? Di fronte al suo vitalizzante impeto, si frantuma il convenzionale confine fra intonati e stonati. Persino a me – che sono cresciuto e mi sono formato con il folk music revival, che ho respirato per anni e anni vapori di gnocco fritto ai Festival dell'Unità e affini, che dai palchi imbandierati ho ascolt. ato e cantato migliaia di volte verità, ma più spesso retoriche canzoni protestatario-rivoluzionarie, che ho vibrato di commozione quando le innodie e le ballate della rossa passione proletaria facevano fremere l'aria, che ho visto quel primo indimenticabile spettacolo Bella ciao e fui travolto dalla voce di Giovanna Daffini Carpi – persino a me, dicevo, ci è voluta la mirabile interpretazione di Lucilla Galeazzi per rendermi conto che Bella ciao è anche una bellissima canzone che si può ascoltare per qualche strofa prima di scatenarsi nel coro e nel catartico battito di mani. Non poteva essere diversamente per un canto che ancora mobilita i cuori e le menti di donne e uomini che non hanno rinunciato a opporsi all'oppressione in qualunque forma e sotto qualunque sole si manifesti. Ecco perché, a mio parere, è importante leggere questo prezioso volumetto che ci guida nella singolarissima e sorprendente vicenda di questa canzone, unica nel suo esito. Pestelli riesce, senza rinunciare al rigore dell'analisi testuale, musicale, etnomusicologica e “storica”, a offrirci una lettura agile e coinvolgente e ci riesce perché oltre allo studio lo anima la passione.