Benvenuti: porto sul palco il mio diario affettuosissimo

23 Marzo 2023

L’attore e comico ospite della Factory di Cirilli a San Salvo con “Panico ma rosa” «Lo spettacolo è nato in lockdown dalla mia rubrica su Fb che faceva ridere tanti»

SAN SALVO. È figlio della pandemia “Panico ma rosa (dal diario del tempo sospeso)”, lo spettacolo con «protagonista» l’attore toscano Alessandro Benvenuti che domani sarà di scena dalle 21 al Centro culturale Aldo Moro di San Salvo. L’artista, ospite della rassegna organizzata dalla Factory di Gabriele Cirilli con il patrocinio del Comune, divertirà e farà riflettere attraverso un testo in cui si racconta con disarmante sincerità.
Benvenuti, “Panico ma rosa” ha preso forma in piena pandemia. Com’è nata l’idea?
Tenevo un diario giornaliero su Facebook per rimanere in contatto con il pubblico che mi segue. Per la prima volta ho utilizzato i social non per pubblicizzare i miei lavori o dare comunicazioni. Mi sono detto: forse, dato il momento molto particolare, in cui si ha bisogno di affettuosità, l’idea di farsi conoscere anche umanamente potrebbe essere una cosa carina. Si chiamava “Diario di un non intubabile”, perché alla mia età, se in ospedale avessero avuto soltanto un ventilatore, tra me e un diciottenne avrebbero intubato il diciottenne. Mi faceva piacere portare buonumore. Migliaia di persone aspettavano tutte le sere il mio pezzo di diario giornaliero, che leggevano come una novellina. A un certo punto hanno iniziato a chiedermi di trasformarlo in qualcosa. La cosa più bella era farne uno spettacolo, visto che mi reputo soprattutto autore e attore di teatro. Mi premeva mantenere la memoria di quel periodo, la memoria ci consente di affrontare il futuro con più coscienza. Quando è finito il lockdown l’ho presentato a un festival a Cividale del Friuli. Come diceva De Filippo “gli esami non finiscono mai”, ogni sera quando ti presenti sul palcoscenico è un esame, ma il successo sta nel fatto che riesce a parlare di quel periodo facendo riflettere, sorridere e ridere.
In riferimento allo spettacolo ha parlato di genere “poetico catastrofico comico”. Che intende?
C’era un po’ di disgregamento cerebrale in quel periodo. È molto “lisergico” come umorismo. Il cervello è andato in tilt perché si è trovato di fronte a una situazione che non era di guerra ma che è descritta nei film in cui si parla di catastrofi. Mi è esplosa la fantasia. Quando ogni giorno devi scrivere qualcosa, perché la sera c’è gente che aspetta la novellina, devi trovarli gli argomenti e non è che tutti i giorni accadessero cose eclatanti. C’era tempo libero in cui si poteva solo pensare. Ho ritirato fuori cose esilaranti di me chierichetto, il mio rapporto con Dio, i familiari. Ho descritto questa esplosione mentale che la pandemia ha prodotto, uno “sparigliamento” di neuroni che diverte molto.
Qual è il ruolo del teatro oggi?
Quello di sempre: di essere un’agorà, una piazza nella quale si ascoltano storie, si parla di futuro, passato, presente, si costringe la gente a pensare, ci si diverte, si provano emozioni. Non è un caso che dopo la pandemia i teatri hanno iniziato a riempirsi. Da direttore artistico dei Teatri di Siena e di Tor Bella Monaca posso dire che navighiamo a gonfie vele. Il teatro ha ripreso alla grande perché ci sono persone in carne e ossa che si presentano e si mettono a rischio davanti a persone in carne e ossa. Ha ripreso la sua funzione. La civiltà di una nazione, come disse il presidente Ciampi, si misura dal numero di teatri aperti.
Cos’è per lei la comicità?
Un’interpretazione di quello che è il dramma della vita. Si nasce senza volere e si muore parecchio arrabbiati perché ti dispiace lasciare il mondo dei vivi. È un lungo viaggio con un finale prefigurato da sempre. Avere una visione comica di questo dramma non fa che bene. La comicità è come una medicina buona.
Indimenticabile la sua interpretazione di Lino Santolamazza nel film “Compagni di scuola” di Verdone. Che rapporto ha con quel personaggio?
Mi ha fatto diventare figlio di Roma, sono molto grato a Carlo di avermi scelto. Fino alla sera prima del primo ciak neanche sapevo come farlo. È stata mia moglie Chiara a suggerirmi quel modo, raccontandomi di un suo parente alla lontana. L’ho preparato la notte prima degli esami. Carlo mi disse che ero perfetto. In più, avevo in bocca un lavoro di ortodonzia. Ero ancora più credibile.
Che consiglio darebbe a un giovane che vuole intraprendere la carriera di attore?
Se sente che non può rinunciare a questo sogno, deve buttarcisi a capofitto e studiare. Ed essere sempre con i piedi per terra. Far trapelare la grandezza, ma restare piccolo dentro di sé, perché tanto si casca sempre prima o poi. Ci vogliono tanta forza di volontà, una determinazione terribile e la capacità di essere spietatamente autocritici.