Bianchini sulle orme di Agatha Christie: questo libro è una sfida

Lo scrittore torinese a Pescara con il suo ultimo romanzo “Le mogli hanno sempre ragione” già domina le classifiche
Ieri si è alzato il sipario sul Fla – Festival dei libri e altre cose. Oggi a Pescara, tra i tanti ospiti illustri della rassegna, ci sarà anche la presentazione dell’ultimo libro di Luca Bianchini, Le mogli hanno sempre ragione, edito da Mondadori, che ha già scalato le classifiche. Appuntamento al Matta, alle 19, con ingresso gratuito.
Bianchini, come mai tra i tanti generi che ci sono e nei quali si è sperimentato, questa volta ha scelto un giallo?
«È stata una sfida per provare a misurarmi con un nuovo genere. Di solito cerco le storie nella realtà, ma in pandemia l’unico viaggio che potevo fare era quello di fantasia. Così mi sono detto: “proviamo a far sparire qualcuno, e vediamo se siamo abili”. Come Agatha Christie, ho seguito le sue regole del giallo. Inoltre, ho scelto un mondo che avevo già raccontato, quello della provincia pugliese, pur non essendolo, in particolare Polignano, che mi ha adottato, ogni volta mi sento a casa. Poi, come ho sempre fatto in questi casi, ho chiesto aiuto a carabinieri, a un medico, per chiedere come uccidere qualcuno, chiunque avesse competenze mi è stato d’aiuto».
Lei ha raccontato la Puglia, Polignano, pur non essendo pugliese. Quanto può essere utile il punto di vista dell’altro, per comprenderlo?
«È un bell’esercizio, un altro viaggio, un’altra esperienza che insegna a non dare nulla per scontato. Quel che per noi è strano e ridicolo, per altri è importante. Per esempio, la bomboniera. A Torino è quasi qualcosa da nascondere, al Sud le persone ci possono litigare. È una cosa bellissima, la narrazione delle piccole cose è uno dei motivi per i quali amo raccontare il Sud».
Ha scelto di raccontare una scomparsa, come mai?
«È stato proprio un artificio letterario, molto più difficile di quanto pensassi. Scrivendolo ho capito perché alla gente piace, è una sorta di gioco che ti permette di estraniarti dalla realtà. Quando scrivi un romanzo è come essere nella realtà, in un giallo no, è verisimile ma mai vero».
Questa immersione in un mondo parallelo, che perciò non è più realtà, è poi, però, utile per comprenderla meglio?
«Assolutamente. Permette di vedere meglio il rapporto che hanno le persone con la verità, le mezze menzogne. Ognuno nasconde qualcosa, è una metafora di come viviamo abitualmente».
Colpisce questa idea della “festa nella festa”, come mai l’ha scelta?
«Per complicare la vita della narrazione, ho pensato che fosse più interessante far sì che il giallo avvenisse durante la festa di compleanno e allo stesso tempo durante una festa patronale. Così si rende il tutto più interessante, c’è maggiore movimento».
Qual è, secondo lei, l’arricchimento che può offrire oggi un romanzo?
«Imparare a stare soli, che nessuno sa più fare. Tutti oggi chiamano, stanno al telefono, nessuno sa stare con se stesso, come se si avesse paura. Tutti hanno paura a stare soli e il libro ti aiuta a stare solo.È comunque una bella compagnia, un piacere, e non tutti sanno più farlo».
È molto evidente, sin dal titolo, la costante presenza di personaggi femminili, che partecipano attivamente alla storia. È molto bello, come mai ha voluto sottolineare questo punto?
«Il titolo è volutamente da commedia. Mi piacciono le donne che sembrano miti e non lo sono, è un tratto che in certe famiglie del Sud è particolarmente presente. Non ne faccio una questione di genere ma di carattere. Mi piace, in particolar modo, il rapporto tra maresciallo e brigadiere, che è un conflitto territoriale, non di genere. Qui non c’è competizione, ma vi è collaborazione. I libri, anche di genere, possono dare degli spunti per riflettere sulla realtà».
Questa riflessione sul rapporto che va oltre il genere, e che, se lo è, sia di collaborazione, trova sia utile oggi o che vada in qualche modo ribadita?
«È sempre utile, ribadita forse. È bello, la parità di genere nasce sempre da azioni di fatto».
Il suo rapporto con Pescara?
«È una città che mi vuole bene, e questo festival è sempre un’occasione per tornare. È una città rilassata, dove le persone hanno sentimenti autentici, che ti fa sentire subito a casa. È sempre una gara con chi cenare, perché ricevo sempre moltissimi inviti, ma alla fine finisce sempre ad arrosticini e vino».
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