«Cari figli benedetti...» Lettere abruzzesi dalla Grande guerra

4 Gennaio 2016

Un libro della storica Lucia Scoccia raccoglie l’epistolario di una famiglia di Crecchio con tre figli al fronte

di Giuliano Di Tanna

Quando non c’erano email, telefonini e mms, gli unici strumenti per comunicare con i propri cari lontani erano un foglio di carta e l’inchiostro di una penna. Di mezzo c’erano giorni, quando non settimane, di tempo fra una lettera e la risposta ad essa.

Prima che all’orrore della guerra, viene da pensare a questa lontananza, temporale, oltre che fisica, leggendo le lettere che compongono “Cari figli benedetti. Epistolario abruzzese dal 1915 al 1920”, il libro (239 pagine, 15 euro) di Lucia Scoccia appena pubblicato dalle Edizoni Menabò di Ortona.

L’autrice, avezzanese di nascita, vive a Crecchio ed è un’insegnante di storia. Il volume raccoglie l’epistolario della famiglia Mancinelli, durante la prima guerra mondiale, ritrovato dall'autrice per un caso fortuito, in una cassa nelle cantine della famiglia. Le lettere raccontano tre anni di peripezie belliche e umane (ma anche le avventure di uno di loro, Arnaldo, a Fiume con Gabriele d'Annunzio). L’epiostolario comprende 200 lettere: quelle che il vecchio padre, capo famiglia dei Mancinelli, Vincenzo, inviava da Crecchio ai tre figli, Rocco, Enrico e Arnaldo Mancinelli, ufficiali mobilitati nella al fronte, e le lettere e cartoline che i figli scrivevano a lui e alla sorella Maria. In filigrana, attraverso una sorta di lessico familiare abruzzese del secolo scorso, possiamo leggere, in questi documenti, i motivi che spinsero tanti giovani nutriti ancora di ideali risorgimentali a lottare per la liberazione di Trento e Trieste e l'acquisizione di Fiume. Il libro è arricchito dalle foto dei giornali e delle cartoline di quel periodo storico che riportano l’eco della propaganda governativa e dell’ ironia e del sarcasmo di cui si nutriva la lotta politica in quei giorni.

Lo storico pescarese, Enzo Fimiani, nella prefazione al libro, scrive: «Nessun fenomeno come la Grande Guerra ci parla di noi, di ciò che siamo diventati oggi. E l'epistolario dei fratelli Mancinelli per alcuni aspetti si può dire che vada sin dentro le viscere di simili passaggi storici»

Ecco alcune di quelle lettere che Lucia Scoccia ha sottratto all’oblio.

Zona di guerra, 25 dicembre 1915.

«Carissimo papà, a 2578 metri il capitone! Che abbiamo acquistato ieri sera alla vigilia di Natale, insieme ad altre varietà di pesce e ad una magnifica torta...».

Di nuovo suI Carso tra Redipuglia e Vermegliano dal fronte, 6 ottobre 1916.

«Carissimo papa ricevo giornalmente vostre care notizie ... mi farebbe piacere se poteste mandarmi un paio di maglie o maglioni e qualche pesante passamontagna ossia una maglia che serve a coprire la testa e la faccia. Maria mi ha detto che Ie maglie le ha trovate... vi abbraccio vostro figlio Arnaldo.

Zona di guerra, 14 ottobre 1916.

«Mia cara Maria, se potessi parlare ti racconterei tutto .. . ma non mi è permesso, né ho il tempo di farlo. Posso solo dirti che la nostra buona Mamma mi è sempre vicina e mi protegge. Quanti amici tra gli ufficiali scomparsi in questi giorni! Da trenta che eravamo siamo rimasti in sette! Ti ringrazio del passamontagna che mi hai mandato ma non ho potuto metterlo: andai a posare il mio tascapane in una casa, prima del combattimento perché mi dava fastidio. Lì avevo la mia biancheria, il passamontagna e viveri di riserva ... ero appena uscito dalla porta che una poderosa granata incendiaria cadde sulla casa e in cinque minuti bruciò tutto. Finito il combattimento, era notte profonda, mentre tutti mi credevano morto, scivolando quasi sotto i reticolati nemici, rientrai in trincea. Il buon capitano De Martino e i pochi colleghi sopravvissuti non credevano ai loro occhi. Mi abbracciarono e mi baciarono come se avessero ritrovato il loro fratello più caro . .. Vorrei per un solo minuto tornare nella tranquillità domestica, ai nostri pacifici discorsi, alle nostre allegre risate, da quanto tempo non rido più! Venga presto quel giorno con la nostra vittoria e con la pace. Arnaldo».

Crecchio, 19 novembre 1916.

«Caro figlio benedetto e adorato, ... mi domandi notizie di Rocco ma fino ad ora non ho avuto risposta di sorta, ed ho rinnovato Ie più vive e calde premure fino a ieri l'altro per la terza volta. Non so proprio che cosa pensare e lascio immaginare a te quanto sia amareggiato il mio povero cuore per dover tener lontano tutti i miei adorati figli, i quali tanto più mi sarebbero necessari per ristorare Ie nostre depresse e difficili condizioni economiche! ... comprenderai come la vita si renda ogni giorno più difficile, segnatamente per me, e non per questi signori che, non avendo figli alla guerra, e vendendo a prezzi esagerati i loro prodotti, sono lieti e contenti, e sono i veri beneficiati nell'attualità. Ci vuole pazienza e mi dispiace che alLa mia tarda età non possa muovermi per avere quelle risorse che ci sarebbero necessarie ... Tuo affezionatissimo padre, Vincenzo».

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