Centorame: porto Gaber nella mia città che amo e odio

7 Aprile 2024

L’attore a Montesilvano con lo show (gratuito) “Io quella volta lì avevo 25 anni” «Del Signor G mi affascina la capacità di indagare chi siamo. E l’antidivismo»

MONTESILVANO. L’attore montesilvanese Francesco Centorame porta sul palco della sua città il genio di Gaber. È in programma sabato 13 aprile, alle 21 al Pala Dean Martin, lo spettacolo gratuito “Io quella volta lì avevo 25 anni”, l’ultimo testo in prosa, inedito, scritto da Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Un monologo che, dopo il debutto al Piccolo Teatro per la “Milano per Gaber” nel 2023, ora riparte dall’Abruzzo. Ventisette anni, padre di un bimbo, nessun profilo social e già un curriculum di tutto rispetto per l’attore abruzzese: dalla serie tv Skam Italia al film di Gabriele Muccino “Gli anni più belli”, passando per “Il colibrì” di Francesca Archibugi o il recente “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. E ancora, Centorame, a gennaio è stato al fianco del corregionale Lino Guanciale a teatro in “Ho paura torero” eè stato diretto da Riccardo Milani nel docufilm “Io, noi e Gaber”. Il Signor G torna, dunque, nel percorso di Centorame ed è proprio lui, in una pausa dal set di “Fatti vedere” di Tiziano Russo, a spiegarne le ragioni.
Come è entrato nel mondo di Gaber?
Ascoltando “L’elastico”, un pezzo sui disturbi della nostra personalità. Da lì ho capito che non era solo un musicista, ma che, insieme a Luporini, era una mente che indagava ciò che siamo, senza invadere lo spazio degli altri e rifiutando qualsiasi forma di divismo.
Anche lei è un po’ così?
Sì. Io ho iniziato questo percorso con poca consapevolezza. Volevo fare teatro, che ti mette in una dimensione più intima. Poi sono arrivati il cinema e la tv, decisamente più “invadenti”. Io invece non ho neanche i social.
Come nasce lo spettacolo?
Nasce dalla mia volontà di utilizzare la mia figura, che ho capito essere rilevante tra i giovani, di far conoscere Gaber per il quale ho una grande passione. Avendo collaborato con la Fondazione, proposi al presidente Paolo Dal Bon di girare nelle scuole. E lui mi parlò di questo testo mai messo in scena, se non una volta in forma molto intima da Claudio Bisio. Voleva farlo interpretare a me perché parla di un ragazzo che dagli anni ’40 al 2000, in ogni epoca, ha sempre 25 anni. E io all’epoca ne avevo 26. La mia prima reazione fu: “non so se sono in grado”.
C’è un pensiero di Gaber che l’ha colpita particolarmente?
Tantissimi. In questo testo, ad esempio, c’è un pezzo in cui un amico del protagonista si innamora di una tossicodipendente e lui lo mette in guardia: “queste persone perdono qualsiasi dignità”. E l’amico risponde: “invece io credo che l’unica dignità sia proprio quella del barbone, dell’escluso, perché tutti gli altri qualche compromesso l’hanno fatto”. Ovviamente è un’utopia nella nostra società, ma il pensiero colpisce.
Gaber era un genio, c’è qualcuno che oggi reputa tale?
Come lui no. Ma forse perché oggi è più difficile trovare un pubblico attento e c’è un mercato che guida tante cose. Gaber e Luporini hanno avuto la possibilità di sperimentare e avevano un pubblico che seguiva il loro percorso evolutivo. Però c’è un musicista con cui collaboro, Michelangelo Mercuri, in arte Naip, in cui ho ritrovato dei guizzi.
Preferisce fare cinema o teatro?
Dico teatro per una serie di fattori, legati al tempo di preparazione o all’intimità che si crea. Però, più faccio esperienze, più capisco che con le persone giuste anche il cinema può dare quelle sensazioni. Quando sei su un set e ti rendi conto che c’è chi, come la Cortellesi, vuole fare qualcosa al di là di un prodotto commerciale, allora ti senti bene.
Parliamo di Montesilvano, che rapporto ha con la sua città?
È un rapporto di casa, di familiarità. Ho vissuto lì con mia madre per vent’anni. C’è il mare, che io amo soprattutto in primavera e autunno. In passato ho avuto anche un rapporto molto conflittuale con Montesilvano, perché purtroppo ha i suoi limiti, come il fatto che non ha un teatro e non si è lavorato mai sulla creazione di un credo teatrale. Puoi anche metterci Dustin Hoffman come insegnante, non ci sarebbe comunque la testa pronta per accogliere quella materia.
Milani, in “La guerra degli Antò”, 25 anni fa, faceva dire a uno dei personaggi “Ci vuole coraggio a restare a Montesilvano”. Pensa sia ancora così?
Credo dipenda molto dai periodi della vita. A volte mi è stata tanto stretta. In altri periodi, invece, in cui la mia vita andava velocissima e perdevo un po’ l’equilibrio, tornare su quella spiaggia me lo faceva ritrovare. Ma se vuoi studiare, soddisfare tante curiosità, non offre molto.
Lavorativamente è un momento davvero fortunato per lei. Cosa non sopporta della notorietà?
Non mi piace il fatto che spesso si perda di vista l’obiettivo reale di questo lavoro. Io dovrei essere una porta attraverso cui il popolo si rivede e si può interrogare, non il centro di tutto. Invece noto che in molti colleghi giovani c’è smania di popolarità e divismo. Il collega Vinicio Marchioni una volta mi disse: “non ti preoccupare perché loro un giorno capiranno se amano l’arte in se stessi o se stessi nell’arte”.
Cosa le piace, invece, del suo lavoro?
Analizzare le storie, capire il perché dei personaggi, scrivere e sto studiando anche sceneggiatura, ascoltare i pensieri degli altri, far riflettere gli altri. Credo che il linguaggio del cinema e del teatro dovrebbe essere maggiormente inglobato nella comunità.
Ci sono altri appuntamenti in cui la vedremo in Abruzzo?
Il 17 aprile saremo, con Paolo Dal Bon, all’Università di Chieti per parlare di Gaber. In tv, invece, c’è la serie “Fuochi d’artificio” di Susanna Nicchiarelli che uscirà il 25 aprile su RaiUno. Poi dei film in uscita a ottobre, sui quali non posso dire nulla. Ma tra giugno e settembre, vorrei trovare dei luoghi, in Abruzzo, in cui portare questo reading di Gaber e Luporini.