Cinquant’anni fa la Valanga Azzurra: film su una pagina gloriosa dello sci

17 Gennaio 2024

Giovanni Veronesi al lavoro per raccontare l’epopea di quei campioni diventati idoli di generazioni E il regista festeggia nell’hotel di Thoeni con chi c’è ancora della squadra: «Loro sono i miei veri miti»

La tv era in bianco e nero, lo schermo non proprio piatto, quadrato e ben lontano dalle ampiezze attuali. Loro scendevano giù accarezzandola la neve, poco più che figurine scure elastiche e potenti su sfondo candido viste da quei teleschermi. L’effetto Dolby surround era di là da venire, ma il fruscio dei loro sci sulla pista – regolare, poi in accelerata e poi guizzante e sempre più veloce, via via fino all’arrivo trionfale – si sentiva eccome. Brividi.
La squadra della Nazionale italiana di sci alpino passata alla storia per aver conquistato le prime posizioni nelle principali competizioni internazionali negli anni Settanta, festeggia i 50 anni. All’indomani della storica abbuffata nello slalom gigante di Berchtesgaden (5 italiani ai primi 5 posti), venne coniata l’espressione “La Valanga Azzurra”, che tutt’ora è il simbolo di un dominio rimasto unico nella storia dello sci alpino italiano. A farlo fu il giornalista sportivo Massimo Di Marco per definire la straordinaria impresa del 7 gennaio 1974 che sancì nel mondo il primato italiano nella disciplina dopo diversi anni di assenza dai principali palmares internazionali. In quell'occasione, in una Germania ancora divisa tra Est e Ovest, Gros, Thoeni, Stricker, Schmalzl e Pietrogiovanna ottennero un risultato più unico che raro entrando nella leggenda. Gli artefici di quelle conquiste si sono ritrovati per celebrare insieme il mezzo secolo della mitica impresa all’hotel Bella Vista di Trafoi, fondato dal bisnonno del campione di sci alpino nel 1875 e tutt’ora, dopo 5 generazioni, gestito dalla famiglia Thoeni. Ed eccoli lì i compagni della Valanga Azzurra, Gustav Thoeni, Piero Gros, Helmuth Schmalzl e Tino Pietrogiovanna, Herbert Plank, Franco Bieler, Marcello Varallo, Paolo De Chiesa, oggi giornalista e commentatore sportivo, e il mito che ha saputo portare avanti l’eredità sportiva di quella generazione, Alberto Tomba. Un’occasione per ricordare anche chi non ha potuto festeggiare questo traguardo: in memoria di Erwin Stricker, Roland Thoeni e Fausto Radici, erano presenti le mogli Linda Stricker, Flopsy Thoeni ed Elena Matous-Radici, infine Chicco Cotelli che ha ricordato il fratello Mario, storico commissario tecnico della Valanga Azzurra scomparso nel 2019. Presenti anche il regista Giovanni Veronesi e il produttore Domenico Procacci, al lavoro sul docufilm “La valanga azzurra”.
Il racconto di questa epopea è affidato a un autore e regista che in questa occasione rivela i suoi trascorsi di aspirante campione. «Sciare è come scrivere senza punteggiatura, senza virgole né punti, senza vincoli né cancelli», dice Veronesi. «Sciare è toccare la libertà assoluta e curva dopo curva, con le cosce che ti bruciano, essere felici. Io sono uno sciatore mancato, dicono i miei amici. Io dico “fallito”. Non ho fatto altro che sciare fino a 14 anni, gara dopo gara, per diventare un campione, e non ce l’ho fatta. Questa è la spinta che mi ha convinto a raccontare la storia della Valanga Azzurra. Quelli sono davvero i miei miti, sono quello che io avrei voluto essere nella vita, sono Me dentro. C’è la neve nei miei ricordi, c’è sempre la neve, e mi diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare». Quel manipolo di campioni diventa idolo di una generazione; lo sci, da sport di nicchia diviene fenomeno di massa, che riversa sulle piste migliaia e migliaia di praticanti, incolla gli appassionati davanti al televisore e fa fiorire un’economia di indotto che contribuisce all’affermazione del Made in Italy nel mondo. Un ciclone sportivo, che la voce di Veronesi fa rivivere attraverso le testimonianze dei protagonisti in un docufilm che ne ripercorre l’intera parabola, partendo dall’alba per arrivare all’inevitabile tramonto. “La Valanga Azzurra” è la ricostruzione di una stagione entusiasmante, fa riaffiorare il conflitto tra i caratteri dell’italianità: la riservatezza contro la guasconeria, l’istinto contro il sacrificio, la commedia contro la tragedia. Una tragedia, infatti, porrà fine a quell’avventura: il fatale incidente occorso al più giovane della squadra, Leonardo David, nel 1979, che lo terrà per lunghi anni in coma fino alla morte, nel 1985.