Ciro l’Immortale è morto E i fan di Gomorra si ribellano

30 Dicembre 2017

La fine della terza stagione della serie televisiva perde il personaggio più amato I telespettatori infuriati sui social network: «Così non avrà più senso guardarla»

Ci si affeziona anche ai criminali e non si è mai preparati a dire loro addio. Sarà per questo che i fan di Gomorra, la serie televisiva tratta dal libro di Roberto Saviano, non ne vogliono sapere di separarsi da uno dei suoi protagonisti, Ciro Di Marzio, detto Ciro l’Immortale, interpretato da Marco D’Amore, che, alla fine della terza stagione, conclusasi venerdì scorso su Sky, è stato ucciso dal suo fraterno amico Genny Savastano, a cui dà voce e volto l’attore Salvatore Esposito. Nell’ultima scena dell’ultima (per ora) puntata, Genny spara a Ciro e lo getta nelle acque del golfo di Napoli. E’ la fine di Ciro l’Immortale, tradito dall’amico di cui si era assunto la colpa nell’omicidio di Carmela? Pare di sì. E sembra che la quarta serie di Gomorra sarà orfana del suo personaggio più amato. Amato nonostante sia un criminale nel mondo senza redenzione di Gomorra.
Ma non basta il giudizio morale a recidere il rapporto creato dalla narrazione con i telespettatori. Come ai tempi dei romanzi d’appendice pubblicati a puntate sui giornali dell’Ottocento, in cui lo scrittore teneva conto delle simpatie e delle antipatie che la storia raccontata alimentava nei lettori, gli autori della serie televisiva più amata dell’anno dovranno capire - da qui fino all’esordio della quarta stagione - se potranno fare a meno dei chiaroscuri di un personaggio come Ciro l’Immortale nel loro affresco a tinte manichee di Napoli criminale. I telespettatori, da parte loro, hanno già fatto sentire la loro voce nella piazza globale dei social network, invocando il ritorno del personaggio interpretato da Marco D’Amore. C’è anche chi si è chiesto come farà a seguire la quarta stagione senza Ciro: «Non avrà più senso vederla». Qualcuno si è definito «stordito»; altri hanno scritto di essere rimasti «senza parole»; e c’è chi ha parlato di un dolore più forte di quello provocato da «un pugno nello stomaco». In molti hanno confessato di aver pianto nell’assistere alla morte dell’Immortale. Dietro questa ondata di emozioni non ci sono solo la simpatia e la bravura dell’attore, Marco D’Amore, ma anche e soprattutto la difesa di un valore come la lealtà verso gli amici capace di squarciare il buio dell’universo amorale di Gomorra. Nel difendere Ciro l’Immortale gli spettatori difendono anche il senso della loro affezione a una serie in cui la forza del racconto li trascina inevitabilmente a un’immedesimazione con il male.
Ma il dilemma che pone una narrazione in cui gli eroi sono eticamente indifendibili non è l’unica riflessione interessante a cui spinge la rivolta digitale dei telespettatori alla morte di uno dei protagonisti di questa storia. A far pensare è anche il rapporto che si crea, oggi, fra autori e interpreti di una storia e i suoi destinatari, in questo caso, i telespettatori. In tempi dominati dalla dialettica dei like, dei meme e degli emoticon, il ruolo di chi ascolta e guarda un’opera di finzione non è più quello passivo al quale ci aveva abituato il Novecento, il secolo delle televisione. L’attuale rapporto ricorda, invece, quello che legava al suo pubblico lo scrittore dei romanzi d’appendice, i feuilleton pubblicati a puntate su giornali e riviste, che in Italia ebbe scrittori e scrittrici di fama come Emilio De Marchi, Luigi Natoli (con lo pseudonimo di William Galt), Matilde Serao, Carolina Invernizio, Guido da Verona, Pitigrilli, Liala. Una relazione spesso simbiotica che poteva portare gli autori di quelle interminabili e ingarbugliatissime vicende a modificare intrecci ed esiti finali in base alle reazioni provocate nei lettori dalle evoluzioni della trama e dei personaggi.
La narrativa seriale - di cui le serie televisive americane soprattutto sono un’evoluzione -affonda le radici proprio in un patto di complicità e collaborazione fra chi racconta le storie e chi le riceve e reagisce ad esse. Nella morte di Ciro l’Immortale alla fine di Gomorra 3 c’è l’eco di altre morti poste a conclusione di stagioni. Gli americani chiamano questi finali (temporanei) di racconto cliffhanger, facendo riferimento allo stato emotivo in cui essi lasciano i telespettatori: quello cioè di persone aggrappate a una roccia su un baratro. A restare in bilico, senza sapere dove andrà a finire il racconto, sono gli spettatori. Ma la sospensione della narrazione riguarda anche trama e personaggi. E per questo che i più smaliziati fra i fan di Gomorra hanno sospettato, subito, che la morte di Ciro l’Immortale non sia in realtà “definitiva”. E che si tratti di una morte apparente – qualcuno sostiene che il personaggio indossasse un giubbotto antiproiettile; altri hanno notato bollicine d’aria uscire dalle narici e dalla bocca di Ciro mentre affonda nel mare di Napoli. Ciro potrebbe così risorgere nella quarta stagione di Gomorra, magari come testimone di giustizia, pronto a vendicarsi di chi lo ha tradito, come un novello Edmond Dantès, per rimanere in tema di romanzi d’appendice. Anche su questo il dibattito su twitter e facebook infuria. La seconda vita di Ciro, mondata dai crimini, oltre a rappresentare una nuova risorsa narrativa, potrebbe soddisfare un desiderio inconscio degli spettatori, che riguarda loro stessi più che il personaggio. Simpatizzare per un ex cattivo diventato buono sarebbe una ricompensa psichica capace di risanare l’autostima. Perché, si sa: è sempre più gratificante e socialmente accettabile amare un eroe buono piuttosto che uno cattivo.
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