Con l’opera di Ozon si apre il Festival tra glamour e Covid

Nessun party, ma le proiezioni sono in presenza Il film di apertura è un omaggio a Fassbinder
BERLINO. Una Berlino ferita, sottotono, in attesa del picco pandemico, mostra il suo ottimismo con questa 72/a edizione del Festival di Berlino in forma ridotta (sei giorni invece di dieci), ma comunque in presenza rispetto all'edizione virtuale dell'anno scorso. Inaugurazione al Berlinale Palast con capienza al 50%, ma nessun party dopo il film d'apertura, il Peter Von Kant, rivisitazione del capolavoro di Fassbinder, a firma di François Ozon. Sul tappeto rosso sfilano il ministro della Cultura Claudia Roth, il sindaco di Berlino Franziska Giffey, il presidente della giuria M. Night Shyamalan, insieme ai due direttori della manifestazione: la manager Mariette Rissenbeek e il direttore artistico Carlo Chatrian. Tra gli ospiti anche Asia e Dario Argento, che presenteranno domani nella sezione Gala il loro Occhiali neri, thriller-horror interpretato da Asia e Ilenia Pastorelli. Per questa edizione, sono previsti 256 film, proiettati nelle sale cinema in tutta la capitale. La Berlinale quest'anno sembra Cannes, visto che la metà dei film selezionati sono produzioni o coproduzioni francesi. Di scena, per fare solo alcuni nomi, Isabelle Huppert, Charlotte Gainsbourg, Juliette Binoche, Claire Denis e infine François Ozon per la sesta volta in concorso.
«Ho fatto questo film anche per un'intuizione, ovvero che il testo originale di Fassbinder fosse una sorta di autoritratto, incentrato su una delle sue appassionate storie d'amore. Insomma nel film Le lacrime amare di Petra Von Kant, Fassbinder ha trasposto la sua triste storia d'amore per l'attore Günther Kaufmann. Lui ne fece allora una storia d'amore lesbica tra una stilista e la sua modella, io ho invece reso Peter un regista che si innamora del suo attore, per meglio identificarmi con il personaggio».
Appunto una libera interpretazione del capolavoro del 1972 di Fassbinder, con un cast composto da Denise Ménochet, Isabelle Adjani, Khalil Gharbia, Hanna Schygulla e Stéfan Crépon. Nel film francese, il corpulento e sanguigno regista di successo (interpretato dal credibilissimo Ménochet) che vive con il suo filiforme (anche caratterialmente) assistente Karl, che maltrattata con vera passione, conosce grazie alla sua amica attrice Sidonie (Adjani), Amir (Gharbia), un giovane molto bello di cui si invaghisce. Gli propone così di fare l'attore pur di averlo per sé, ma quando Amir poi ha successo (viene chiamato da Franco Zeffirelli) prende il volo. Questa la storia nella sua essenza, ma il film di Fassbinder, pieno di sussulti e sospiri, tratteggia poi, in maniera melodrammatica e filosofica le dinamiche della passione in una prospettiva di potere, di dialettica servo-padrone che il regista aveva rubato da Hegel. Da qui le lunghe melodrammatiche attese da parte di Peter di una telefonata del suo amato, le infinite richieste di conferme, le furie a ogni delusione o rifiuto. Nel segno di quella filosofia fassbinderiana che credeva che l'amore fosse solo uno strumento di controllo dell'altro e, soprattutto, che «tutti gli uomini uccidono ciò che amano». «Fassbinder è un regista che ha una visione del mondo che mi ha sempre affascinato», spiega Ozon. «Nel film originale c'era una teatralità molto forte e io volevo invece ci fosse più empatia. Fassbinder insomma non è un regista amichevole come non lo sono i suoi film. Volevo che lo spettatore provasse sentimenti diversi nei confronti di Peter: a volte è spregevole, a volte commovente, a volte grottesco e accattivante». Perché in fondo Fassbinder è poco amato dai tedeschi, «forse», spiega Ozon, «per la sua violenza, per le sue provocazioni e anche perché per certe cose è stato profetico, intrecciando intimo e politico».