«Così coltivo l’intelligenza artigianale»

30 Marzo 2024

Il poeta paesologo Arminio alla Biennale Arte di Venezia: si può avere fiducia nell’umano

ROMA. «Più la scena del mondo diventa turbolenta più sale la necessità e utilità della poesia». Così Franco Arminio, poeta e paesologo che ha sempre amato portare la poesia fuori dalla pagina. «Questo è il tempo della poesia che è contro la guerra in maniera implicita, non ha bisogno di dichiararlo, è sempre lontanissima dal mondo bellico» spiega Arminio che nel suo ultimo e recente libro “Canti della gratitudine” (Bompiani) invita a fare buon uso delle parole e a considerare il loro potere trasformativo.
La poesia ha un grande valore nel tempo che viviamo, perché «è un luogo di ritrovo in cui lenire il proprio dolore. Penso alle persone colpite da un lutto, da un abbandono, da una malattia. Persone che in un mondo sempre meno comunitario, fatto di isolamenti, di destini e percorsi individuali, separati dagli altri, paradossalmente possono trovare nella poesia un luogo di consolazione. Pensiamo anche alla crisi della dimensione religiosa e di quella politica. Una volta si andava in sezione e si stemperavano i propri disagi in un sogno collettivo, si metteva un po’ da parte il sentimento di precarietà e disagio. Adesso che questa dimensione non c’è in qualche modo si può trovare nella poesia». Ma cosa fa la poesia? «Da una parte ci ricorda sempre che dobbiamo morire, ma ci insegna anche a dire “non è un problema, possiamo fare buon uso di questa nostra mortalità, possiamo esaltare il valore dell’amore, dell’amicizia”. Possiamo sentire gratitudine per il fatto che intanto siamo qui. Io credo più a questa dimensione religiosa, sacrale della poesia. L’uso più alto della lingua è il territorio dell’umano per eccellenza». Arminio, che ha fatto grande uso della rete per diffondere i suoi versi, sottolinea anche che Internet «ha fatto un sacco di guai, ma è stata per la poesia una sorta di metropolitana leggera che le ha permesso di girare meglio». E l’Intelligenza artificiale? «C’è comunque un’intelligenza artigianale che possiamo continuare a coltivare. Proprio perché la nostra intelligenza è parziale e abbiamo bisogno anche di quella degli altri, diventa quasi una intelligenza musicale, come se fosse un coro. L'Ia è in sé conclusa, quella umana è sempre un pezzettino di quella collettiva. Accetto la sfida».
Come ci mostra in “Canti della gratitudine”, possiamo «ancora avere fiducia nell’umano e la poesia è un invito a questo. Difendo l’importanza e celebro la gloria della lingua, della poesia» dice Arminio. Il poeta invita anche a soffermarsi sul fatto che «viviamo in una accelerazione mostruosa di tutto. In un anno di questi nostri si dicono più parole di quelle dette nei secoli precedenti. C’è un’apocalisse della parola, un diluvio. Ma questo non ci può portare a stare zitti ma a dire parole necessarie. Gratitudine è una parola antica, un po’ desueta, come gentilezza, ammirazione, dono: una galassia di parole che il mondo delle merci, del dominio dell’economia ha confinato nel superfluo. Ma un mondo senza poesia, senza mito, simboli, fede è disperatamente vuoto. Abbiamo bisogno di un fiocco che leghi le nostre giornate ed esperienze. La poesia è importante perché confina un po’ con il divino, è una sorta di surrogato» racconta Arminio che ha portato la poesia anche a “La biblioteca dei sentimenti” su Rai3. Lo rifarà? «Non lo so, credo di sì». Arminio sarà all'inaugurazione, il 19 aprile, della Biennale Arte di Venezia. «Nel Padiglione Italia ci saranno delle installazioni con mie poesie. Pannelli enormi in materiali diversi, una con il ricamo di Murano. È una novità e mi fa piacere perché la mia idea è sempre stata quella di portare la poesia fuori dalla pagina».