César Brie: in fuga dal potere cittadino solo del teatro

6 Marzo 2017

L’attore e regista argentino in scena a Pescara e San Demetrio ne’ Vestini «L’Abruzzo è la mia seconda casa. Il mio sogno è di far ridere della verità»

di Jolanda Ferrara

«Per anni sono stato protetto dagli abruzzesi. Sì, la mia seconda casa in Italia è in Abruzzo. Giancarlo Gentilucci e Tiziana Irti di Arti e spettacolo, mi hanno aiutato prima di andarmene in Bolivia alla fine degli anni Ottanta».

César Brie, argentino "apolide", è in cammino da anni con il suo progetto di teatro libero, fatto di molti luoghi, incontri, laboratori, spettacoli "non per il piacere di esibirsi ma per dire qualcosa a qualcuno, per raccontare la verità". Italia, Danimarca, Bolivia. E ancora Italia, Argentina, Cile. Comuna Baires, collettivo Tupac Amaru, Milano, Odin Teatret, Teatro de Los Andes. Sempre in fuga, in autoesilio, perseguitato dal potere politico. Un personaggio scomodo con i suoi racconti di denuncia e testimonianza, la memoria dei campesinos, la difesa del diritto alla terra. Teatro militante con il dono dell'immaginazione. Politico «ma senza una tesi», «con sensibilità». Il suo, racconta, è «un teatro piccolo e povero, che costa poco. Ma libero. Che può contare sulle proprie forze. E che quando serve di più, risolve con la fantasia».

Occhi verdi, sguardo dolce e luminoso, capelli e barba imbiancati e un corpo che ama danzare, César Brie ha regalato due serate di emozioni e buonumore al "suo" Abruzzo con "120 chili di jazz", spettacolo da lui scritto e interpretato, che parla di amore, per la donna, per il jazz e per il cibo. E di solitudine, in un mix grottesco di dramma e ilarità. Tutto esaurito per vedere César Brie in scena sabato scorso allo Spazio Matta di Pescara, ospite speciale della rassegna di teatro contemporaneo " Matta in scena -L'altra visione dell'altro" curata da Annamaria Talone. E ieri al teatro Nobelperlapace per la rassegna "Strade" a San Demetrio ne' Vestini, sede operativa dell'associazione Arti e spettacolo che co-produce l'attore e drammaturgo argentino da anni. Lo abbiamo incontrato al Matta, il tempo di riprendersi dal volo da Buenos Aires (dove vive) con un doppio succo di albicocca. Dopo l'Abruzzo, per César ancora seminari e spettacoli e, in aprile, di nuovo in Argentina.

La sua vita corre tra le Ande e gli Appennini, come racconta un documentario del regista aquilano Giancarlo Gentilucci.

«Mi piace il mio lavoro! Quando ho fondato il Teatro de Los Andes vicino Sucre, in Bolivia, ho creato un luogo senza chiedere permesso ad alcuno. Il mio sogno è stato sempre di non dipendere da nessuno e dedicarmi totalmente al teatro, possibilmente nei Paesi più poveri. In Bolivia ho trovato una terra libera. In Italia l'organizzazione del fatto artistico è meno trasparente. Qui devi avere uno spazio o dei protettori, devi chiedere il permesso. Non è giusto, dipendere da un altro è sbagliato. Io devo dipendere dalle mie forze. A Buenos Aires faccio i miei spettacoli finchè c'è pubblico, qui invece dipendi da chi decide di progammarti, sei una merce di scambio. Per essere assoldato devi dare in cambio qualcosa di non artistico».

Negli anni Settanta, profugo politico, ha trovato accoglienza a Milano in un centro sociale, dove ha insegnato teatro a personaggi come Claudio Bisio.

«C'erano tante piccole realtà di ricerca e noi chiedevamo che le finanziassero non con soldi pubblici ma rendendo servizi alla comunità. Invece sono sorti gli Stabili di ricerca. Direi piuttosto il cancro della ricerca. I teatri stabili consentono la sopravvivenza di un'unica realtà. Fanno un lavoro importante ma in quel modo si sostiene solo l'1% dell'esistente, non si detassano gli artisti e con la scusa di proteggerli li soffocano. E' il dramma che vive molto del teatro giovane. Io non ho mai avuto né avrò un padrone. Non voglio che sia il potere a decidere cosa finanziare. A Baires ogni giorno ci sono seicento spettacoli: pochi soldi ma puoi pagare subito i tuoi attori e tecnici e per quel giorno tutti hanno mangiato».

Cosa si sente di consigliare ai giovani di oggi?

«Di avere coraggio. Non chiedere il permesso. Le generazioni giovani di oggi non hanno lottato come abbiamo fatto noi. Essere giovani oggi è più difficile, è come stare in una palude. Voglio dire loro: se non hai soldi, fallo lo stesso. Nella mia vita ho aiutato i giovani a credere in se stessi, più che creare compagnie. A un certo punto sono sempre andato via per ricominciare altrove. Si dice che l'ombra del maestro schiacci l'allievo».

A cosa sta lavorando ora?

«Farò a breve un lavoro sulle origini dell'Argentina, “Il cielo degli altri”, un miscuglio di storie di italiani e armeni. Di questi ultimi nessuno parla, ma hanno subito un genocidio».

Nel suo teatro la comicità è sempre mista al tragico, come nella storia di Ciccio Mendes, il protagonista di “100 chili di jazz”.

«Far ridere non è un genere minore. L'importante, per me, è alzare il livello della risata: ridere della verità, non appellarsi ai bassi istinti per far ridere, ma provocare stupore. E' importante, le donne si conquistano facendole ridere. Questo testo è stato scritto prima come racconto e ha vinto un premio nazionale in Bolivia. L'ho scritto per far ridere una donna».

E poi com'è andata?

«Un disastro, poi abbiamo pianto tutti e due».

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