D’Alatri: «Nel mio film l’Italia che ci prova ancora»
Il direttore del Tsa è il regista di “The startup” una storia vera di successo «Racconto i giovani che ce la fanno con lo stesso spirito di sacrificio dei loro nonni»
di Giuliano Di Tanna
Il film si intitola “The startup” e racconta lastoria vera di un giovane, della periferia romana, Matteo Achilli, che, a meno di 20 anni, nel 2012, crea un sito internet, Egomnia, per chi cerca e chi offre lavoro. Matteo ha fatto la classifica di chi cerca lavoro, l’ha inserita in un sito e un algoritmo l’ha elaborata attribuendo un voto. È un calcolatore matematico del merito. Niente più raccomandazioni. Così per le aziende dovrebbe essere più facile trovare la persona giusta. Questo sito, oggi, ha un milione di utenti, 1500 clienti fra cui aziende come Microsoft e Vodafone.
In questa storia di un successo che parte da zero, alimentato solo dall’intelligenza e dall’entusiasmo, Alessandro D’Alatri ha visto una parabola di ciò che questo Paese è ancora, nonostante la crisi, ma anche di quello che potrebbe tornare a essere, e ne ha fatto un film, in questi giorni, nelle sale. Il protagonista è Andrea Arcangeli, un giovane attore pescarese.
Lui, D’Alatri, è un regista, sceneggiatore ed ex attore romano, di 62 anni, che dal 2015 è anche direttore artistico del Tsa, il Teatro stabile d’Abruzzo.
D’Alatri, come nasce l’idea di “the start-up”?
Me ne ha parlato Luca Barbareschi. Non sapevo nulla della storia di Matteo e che esistesse un progetto cinematografico su di essa. Luca s’era innamorato della storia e aveva scritto una sceneggiatura, insieme con Francesco Arlanch, per farne un film. Quando l’ho letta non riuscivo a credere che fosse una storia italiana. Luca, allora, mi ha fatto incontrare il ragazzo. Ho scoperto, così, che avevamo un tesoro fra le mani. Matteo è un ragazzo della periferia romana come me, figlio di una famiglia onesta e semplice come la mia; di quelle famiglie che sono la forza di questo Paese. Ho accettato di fare la regia anche perché mi piaceva l’idea di fare un film con materiale non scritto da me, semplicemente da regista: avevo la sensazione di stare di nuov dentro a quella tradizione del cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta in cui erano i produttori che decidevano chi dovesse scrivere e dirigere le storie.
Che cosa le piaceva di più della storia di Matteo Achilli?
Era una storia che mi dava l’occasione per dire una cosa che di solito non si dice mai.
Quale?
Invece di continuare a ripetere che le nuove generazioni sono deboli, superficiali e che è meglio che giochino a calcetto, tutte cose che non seminano di certo entusiasmo, dire, piuttosto, che ci sono ragazzi come Matteo che non si lamentano mai e che hanno lo stesso spirito di sacrificio dei nostri genitori e dei nostri nonni, quello che ha fatto grande questo Paese. La startup vera è questa: l’entusiasmo, l’energia. Ogni giovane è una startup, ogni essere umano è una startup. Oggi si parla tanto della opportunità o della necessità per i giovani di andare all’estero. Questo film, invece, parla di quelli che non vogliono o non possono andare via dall’Italia.
Come ha scelto il protagonista del film, l’attore pescarese Andrea Arcangeli?
Ho visto centinaia di curriculum di giovani attori che si avvicinavano al personaggio di Matteo. Poi ho scelto Andrea. Nel cast non ci sono nomi di grande rilievo dal punto di vista della notorietà. E’ un film straordinario anche per questo. La cosa bella è stata vedere tanta energia davanti alla macchina da presa e tanta esperienza dietro alla macchina da presa. E, porca miseria!, questa sarebbe una metafora bella per il Paese.
In che modo questo film si collega alla sua attività di direttore artistico del Tsa?
Per gli attori, intanto. La rassegna dei talenti abruzzesi, che abbiamo iniziato due anni fa, fra qualche giorno proseguirà. Stiamo facendo un censimento dei giovani attori abruzzesi. Ne abbiamo messi insieme più di un centinaio, tutti già con una certa esperienza. E’ un vivaio interessantissimo. Il 40 per cento di loro sta già lavorando. Il 19 aprile farò un callback per la compagnia stabile del Tsa con la quale porteremo in scena un testo fra i meno conosciuti di Pirandello, “La nuova colonia”. Dovremmo andare in scena entro la fine di giugno. Il debutto sarà nell’anfiteatro romano di Pompei, Poi, in estate, porteremo lo spettacolo all’Aquila, a Chieti, Pescara e Teramo. L’intenzione è anche quella di rivalutare i posti di questa regione che sono stati colpiti dal terremoto.
È difficile fare cinema d’autore oggi in Italia?
No, anzi è più semplice di prima. Non a caso ci sono tanti giovani che si cimentano in opere prime. Il problema è quello delle sale e del pubblico, perché i film, poi, oltre che girarli, bisogna pure farli vedere. L’equilibrio migliore è quello che si era raggiunto negli anni Sessanta e Settanta, quando avevamo un’industria cinematografica che produceva film di genere ma anche cinema d’autore. E il cinema d’autore veniva finanziato proprio con i western all’italiana e i poliziotteschi. Invece, tanti anni di rigore ideologico hanno prodotto la morte dell’industria del cinema italiano. C’è stata una dittatura critica e commerciale del cinema d’autore. Abbiamo lasciato poca scelta al pubblico: o si andava a vedere una commedia oppure un film impegnatissimo.
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