D’Annunzio a tavola con il cibo della Piccola patria

Enrico Di Carlo parla del suo libro sul rapporto fra il Vate e la cucina abruzzese «Il poeta chiamava “arpa cuciniera” l'attrezzo per fare la pasta alla chitarra»
Senza «li fiatune» che Pasqua straziante per il poeta pescarese, ormai vecchio nella solitudine del Vittoriale. Un Natale altrettanto triste senza gli amici abruzzesi e senza il capitone della vigilia, il croccante di mandorle e «l'odoroso liquore teatino». L'elenco di bontà abruzzesi non può dirsi completo senza la poetica mentuccia di campagna, il profumo del brodetto alla vastese, le triglie allo spiedo, la porchetta, le pizzelle, il parrozzo e la Cerasella. Cibo per la mente ancora prima che per i sensi, per il poeta pescarese. Che, come noto, non era un goloso di professione, né gastronomo, né bevitore. Ma nostalgico sì, “ricercatore” in senso proustiano proprio sì. Sapori, ricordi, sensazioni, emozioni. Nostalgia dell'infanzia, della amatissima madre e della sua “piccola patria”, un Abruzzo pastorale e genuino che ancora palpita e commuove alla lettura.
E' questo il ritratto più intimo e familiare del genio dannunziano presentato da Enrico Di Carlo, abruzzese, autore del libro “Gabriele D'Annunzio e l'enogastronomia della memoria” (Verdone, Castelli). Uscito nel 2010 e giunto alla terza edizione aggiornata da nuove fonti bibliografiche e documentarie, il saggio è rimbalzato all'attenzione della rassegna “Il Vate e la piccola Patria. D'Annunzio, Pescara, l'Abruzzo” in corso al Circolo Aternino con finale il 12 marzo, giorno della nascita dello scrittore, nella sua Casa Natale in corso Manthonè (info: www.terzomillennio.eu). Gabriele D'Annunzio, si è ribadito sin dall'apertura della rassegna, è stato e rimane un personaggio amato dai suoi conterranei: grande fascino ed estrema attualità del suo messaggio, un marketer antelitteram, un comunicatore in grande anticipo sul fenomeno dei “social”. Un abruzzese oltretutto fiero delle sue radici, come testimoniato anche dalla fortunata pubblicazione su D'Annunzio e “l'enogastronomia della memoria”. Eppure scarsa è la consapevolezza a livello istituzionale dell'eccezionalità della sua figura come testimonial dell'Abruzzo.
Di Carlo, le vicine Marche fanno promozione identificando il territorio con il poeta de “L'Infinito”, Giacomo Leopardi; la Sicilia è stravenduta nelle agenzie di viaggio con i tour sulle tracce del commissario Montalbano. L'Abruzzo da mangiare e D'Annunzio in che rapporto stanno?
Dico che D'Annunzio è vittima di una sorta di ostruzionismo per bizzarrie ideologiche. Possibile che a nessuno sia saltato in mente di accostare il nome, la parola del poeta, al cibo tipico abruzzese? La pasta 'ncasciata è uno dei piatti preferiti dal commissario di Camilleri, hanno affidato ai versi di Neruda l'elogio del pomodoro, ma quanti sono consapevoli che D'Annunzio applica la musica alla gastronomia: il poeta chiama “arpa cuciniera” l'attrezzo per fare la pasta alla chitarra.
Nell'immaginario dannunziano - “Ah perché non son io cò miei pastori? - la critica riconosce un'immagine iconica dell'Abruzzo pastorale dalle potenzialità straordinarie, uno spot vincente del turismo slow si è detto nell'incontro di giovedì all'Aternino. Che ne pensa?
Condivido, più che pastori quelli di D'Annunzio sono figure mitiche, la transumanza è intesa come condizione universale, siamo tutti alla ricerca della nostra piccola patria. Nella sue pagine D'Annunzio trasferisce la personale condizione di esule, migrante. Si sente un pastore errante e lo scrive nel “Libro segreto”: «Porto la terra d'Abruzzi, porto il limo della mia foce alle suole delle mie scarpe, al tacco de' miei stivali».
L'Abruzzo forse ignora quanto D'Annunzio amasse il territorio e la sua gastronomia?
Quello di D'Annunzio è un approccio culturale prima che gastronomico. Con la passione per la buona cucina abruzzese il poeta esprime il suo attaccamento al luogo d'origine, l'Abruzzo è il seno materno, il suo imprinting. Attraverso il gusto il poeta tiene viva la memoria, l'identità del territorio.
Cultura, turismo e cucina a braccetto dunque?
I luoghi della memoria dannunziana, rivalutati, potrebbero offrirsi come circuito turistico: la pineta di Pescara, il Convento michettiano, la Costa dei trabocchi, la Grotta del Cavallone, il Duomo di Guardiagrele, San Clemente a Casauria... Ovunque un percorso: abbiamo tutto, non dobbiamo inventarci altro.
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