D’Annunzio: Maria Hardouin miglior parte della mia anima

5 Marzo 2019

In un volume curato da Cecilia Gibellini le lettere del Vate alla sua unica moglie Una storia romantica, tra fughe, inseguimenti e soggiorni dell’amata in convento

Pubblichiamo un articolo scritto per il Centro dal critico letterario Gianni Oliva. Abruzzese di Castel del Giudice, 70 anni, Oliva è un filologo e storico della letteratura italiana e dal 1987 è professore ordinario nell'università D'Annunzio di Chieti-Pescara.
di GIANNI OLIVA
Bene ha fatto Cecilia Gibellini a pubblicare solo 142 lettere del più vasto repertorio di documenti riguardanti il rapporto di D’Annunzio con la moglie Maria Hardouin di Gallese, nel libro da lei curato, “Gabriele D’Annunzio. La miglior parte della mia anima. Lettere alla moglie (1883-1893)” (Archinto, 275 pagine, 2018). Gli anni presi in considerazione, che coincidono con i primi dieci del matrimonio, sono quelli cruciali per la formazione dello scrittore e per gli avvenimenti più rilevanti della sua biografia. La curatrice del volume, attingendo a diverse fonti archivistiche, pubbliche e private (di cui dà conto nella Nota al testo) è riuscita a ricostruire l’intera vicenda di un racconto mai svolto completamente. Direi di più, negli ultimi decenni la conoscenza dello sterminato epistolario dannunziano ha fatto molti passi avanti (si pensi ai numerosi volumi di carteggi pubblicati da Carabba), ma nessuno aveva mai messo mano con tanta perizia filologica alle lettere scritte da D’Annunzio alla madre dei suoi figli.
L’operazione di riordino, di trascrizione e di commento è stata facilitata dal passaggio della collezione documentaria da mano privata alla Biblioteca Nazionale di Roma (Raccolta dannunziana Gaidoni). L’intera Raccolta supera le 300 unità e si allunga, anche se non con la stessa intensità, fino al 1938, anno della morte di D’Annunzio, a testimonianza che il rapporto tra i due, nonostante le vite parallele, non si era mai interrotto.
Com’è noto dalla biografie dannunziane, Maria fu sposata in tutta fretta nel 1883 dall’esuberante ventenne abruzzese, già in odore di buona fama dopo la pubblicazione di Primo vere (1879) e del Canto Novo (1882). Complice fu la celebre passeggiata narrata nel Peccato di maggio («Or così fu; pe ‘l bosco andavamo») e pubblicata sulla «Cronaca bizantina» del 16 maggio 1883, non senza polemiche e scandali rimbalzati nell’ipocrita società romana, «lettrice di romanzi e di novelle», avrebbe detto Carducci. L’austero Duca di Gallese, però, padre di Maria, pur costretto ad acconsentire al matrimonio riparatore, non vide di buon occhio l’intraprendenza del giovane poeta, che evidentemente mirava anche al titolo nobiliare e all’eredità, sicchè lo esautorò. Di qui lo pseudonimo di Duca Minimo, adottato con consapevole ironia dal futuro cronista della «Tribuna», il giornale del principe Maffeo Sciarra, presso il quale aveva fatto pressione la signora Natalia, la suocera, innamorata del grande talento del genero, ma preoccupata di trovargli un’occupazione stabile.
Figura «misteriosa» è stata da più parti definita Maria di Gallese per la sua assenza-presenza nella vita di D’Annunzio, regina della discrezione e, se si vuole, della sofferenza provocata dal un marito irrequieto, che le offriva generosamente la sua giovinezza ma pretendendo di condividere il proprio irresistibile impeto passionale con altre esperienze erotiche. Certo, la loro storia ha quasi tutti gli ingredienti di una vicenda romantica, tra fughe, inseguimenti, rapimenti e soggiorni dell’amata in convento. Nulla in effetti lasciava intravedere le complicazioni sopraggiunte ben presto a causa di un temperamento infedele e disordinato: in un breve lasso di tempo si avvicendano nella vita di D’Annunzio Olga Ossani, ispiratrice del Piacere, e, soprattutto, Barbara Leoni, «i più belli occhi di Roma», mentre a complicare l’esistenza si profilano all’orizzonte i numerosi debiti, le spese inutili, l’amore irrefrenabile per il superfluo.
Le lettere alla moglie non sono però solo documenti personali (tra gli avvenimenti c’è da registrare un tentativo di suicidio da parte di lei), ma anche significative testimonianze di episodi reali poi rielaborati e confluiti nei romanzi (penso al rapporto tra Giuliana e Tullio Hermil nell’Innocente o alla gita tra gli storpi di Casalbordino nel Trionfo della morte). D’Annunzio, nonostante tutto, tiene informata Maria della sua vita e del suo lavoro, anche durante gli anni magri del soggiorno napoletano, quando conviveva con Maria Gravina e la figlioletta Renata avuta da lei. Certo, e non è poca cosa, i due hanno messo al mondo tre figli (Mario, Gabriellino e Veniero), della cui sorte il padre affettuoso si mostra deluso, a tal punto che la distanza con loro si fa sempre più incolmabile; e ci sono poi gli amici comuni, Carmelo Errico, Michetti, elementi di un tessuto connettivo non facilmente rimovibile. Gabriele, peraltro, non può fare a meno dell’«ineffabile stanchezza» del sorriso di lei, eternamente rassegnata ad un ruolo non facile, riverita e amata per la sua dolcezza e la sua bontà.
Non a caso fu lui ad opporsi alle pratiche di divorzio e volle molto spesso ospitare Maria nella villa Mirabella al Vittoriale accettandone anche i consigli per l’arredamento.
L’edizione si avvale di un’esauriente introduzione, di note accurate che dialogano con competenza con la vasta bibliografia oggi disponibile.
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