Dacia Maraini racconta “Trio” a Pescasseroli

La scrittrice presenta in Abruzzo il nuovo libro Pubblichiamo la prefazione dell’autrice
Un romanzo intenso e delicato, pervaso dai colori e dagli odori della Sicilia, che attraverso il filtro di un passato mai così vicino parla di ognuno di noi, e di cosa può salvarci quando fuori tutto crolla.
“Trio- Storia di due amiche, un uomo e la peste a Messina” (Rizzoli, pp.106. €16) segna il ritorno di Dacia Maraini alla narrazione storica dopo “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, uno dei libri più amati della scrittrice, poetessa, saggista, drammaturga e sceneggiatrice tra le più importanti d’Italia che ha scelto il “suo” Abruzzo, quella Pescasseroli tra i cui boschi nel cuore del Parco l’autrice vive per buona parte dell’anno, per una delle prime presentazioni (il volume è uscito lo scorso giugno): oggi alle 18, in piazza Umberto I la scrittrice ne parlerà con il giornalista del Centro, Domenico Ranieri, in un dialogo con intermezzi musicali dell’orchestra di organetti La scatola del vento diretta da Alessandro Parente.
“Trio” è un romanzo epistolare. A scriversi, nella Sicilia, del 1743, sono Agata e Annuzza: il loro legame viene da lontano, è nato quando, ancora bambine, hanno imparato l’arte tutta femminile del ricamo sotto lo sguardo severo di suor Mendola; è cresciuto nutrendosi delle avventure del Cid e Ximena, lette insieme in giardino, ad alta voce; ha resistito alle capriole del destino, che hanno fatto di Agata la sposa di Girolamo e di Annuzza una giovane donna ancora libera dalle soggezioni e dalle gioie del matrimonio. Ora, mentre un’epidemia di peste sta decimando la popolazione di Messina, le due amiche coltivano a distanza il loro rapporto in punta di penna, perché la paura del contagio le ha allontanate dalla città ma non ha spento la voglia di far parte l’una della vita dell’altra. E anche se è lo stesso uomo ad accendere i loro desideri, e il cuore scalpita per imporre le proprie ragioni, Agata e Annuzza sapranno difendere da gelosia e convenzioni del mondo la loro amicizia, che racconta meglio di qualunque altro sentimento le donne che hanno scelto di essere. Pubblichiamo, su gentile concessione, la prefazione dell’autrice stessa.
«Caro lettore,
qualche parola per spiegarti come è nato questo breve romanzo.
Mentre facevo le ricerche per Marianna Ucrìa, nella seconda metà degli anni Ottanta, sono capitata su una cronaca della peste a Messina. Un anno terribile il 1743, in cui, come racconta lo storico Orazio Turriano, il 20 Marzo era approdata in città una tartana, un piccolo veliero, che veniva dalla Grecia, carica di tessuti. Le autorità del porto chiesero quanti marinai ci fossero a bordo e il capitano disse che erano 12. Ma alla conta risultavano 11. Il responsabile portuale ne domandò la ragione e il capitano rispose che uno dei marinai era morto in viaggio per una malattia di cuore. Gli altri stavano bene e tutto era a posto. Ma le guardie del porto non si lasciarono incantare e misero i marinai in quarantena: una parola oggi a noi molto familiare, che deriva proprio da questa pratica di segregare per quaranta giorni le imbarcazioni e i loro equipaggi come misura di prevenzione dalle malattie. Due giorni dopo il capitano della nave si ammalò e morì. Sul suo corpo si trovarono i segni della peste. A questo punto la loro nave fu sequestrata con tutto quello che c’era dentro. Intanto altri marinai si ammalarono. E per quanto tenuti in quarantena, il contagio si diffuse oltre le mura del lazzaretto non si sa come e qualche tempo dopo cominciarono ad ammalarsi i cittadini di Messina. In poche settimane ci fu una ecatombe, per quanto le autorità fossero severissime nel cercare di fermare l’epidemia. La gente scappava rifugiandosi in campagna e la malattia si spandeva per l’isola, anche se nelle altre città apparve solo in forma leggera e fece pochi morti. In Marianna non ho raccontato questo episodio che mi sembrava fuori tema. Ma mi è rimasto in mente da allora. E quando l’amico Vincenzo Drago di Bagheria mi chiese un testo per la sua piccola casa editrice, decisi di scrivere una storia che si svolgesse durante quella epidemia di peste. Una storia d'amore perché in quel momento stavo vivendo un difficile rapporto sentimentale. Il racconto è stato pubblicato nel 2006 con il titolo Un sonno senza sogni. Era un libretto minuto, corredato da disegni di vari pittori fra cui Lucio Del Pezzo, Giosetta Fioroni, Fausto Gilberti, Lucia Pescador, Concetto Pozzati e Tino Stefanoni. L’editore e giornalista bagherese Vincenzo Drago era una persona squisita. Uno di quei siciliani che fanno onore all'isola. Un uomo onesto e gentile che ha sempre combattuto la mafia e il malaffare della nostra bella Bagheria. Per questo, quando mi ha chiesto di scrivere un racconto per lui, l'ho fatto volentieri. Sono passati tanti anni da quel giorno. Vincenzo è morto purtroppo. E non ho più pensato alla storia delle due donne innamorate dello stesso uomo. Quest’anno, nel mese di Febbraio, ero in Sicilia per degli incontri con le scuole. Ho rivisto Bagheria, Casteldaccia, Messina. E quando ho sentito della strana malattia che stava facendo strage in Cina, ho ripensato a quel racconto, a quella peste lontana ma vicina per tempo di memoria. In seguito, leggendo che a Milano erano cominciati i contagi e la gente moriva di una terribile e atroce polmonite, ho ripreso in mano il testo e ho cominciato a lavorarci sopra. Nel frattempo gli ammalati crescevano in tutto il mondo e si iniziava a parlare di pandemia.
Le somiglianze con l'epidemia di peste a Messina mi sono tornate in mente, precise e chiare nella descrizione degli storici siciliani. Certo le differenze sono tante: allora non si conoscevano i virus come oggi e si pensava che la peste nascesse dall’aria malsana delle acque stagnanti, ma i rimedi erano gli stessi: isolamento dei malati, fuoco a tutto ciò che poteva portare contagio, proibizione di assembramenti. La stessa tartana che aveva portato la peste a Messina fu bruciata sulla spiaggia, una volta saputo che era stata quell’imbarcazione a introdurre la malattia in città. Perfino la smania di trovare un colpevole si ripete nel tempo, nonostante le scoperte mediche e l’emancipazione dei costumi. Allora si parlava di untori misteriosi e infernali, oggi si parla della Cina. Il bisogno di individuare qualcuno su cui fare convergere tutte le colpe sembra irresistibile. Certo è più facile combattere un nemico visibile dalle intenzioni diaboliche piuttosto che un nemico invisibile e privo di intenzioni. Le responsabilità ci sono, ma non fuori della ragione. Chi ha attentato all’equilibrio ecologico per interessi immediati, senza mai pensare al bene del pianeta, è responsabile, e dovrebbe costituire un monito per il cambiamento. Ma si fa prima a identificare un colpevole dai bassi istinti, immediato e vicino, da aggredire e vituperare. Il romanzo ha preso forma in breve tempo, grazie a tutto quello che avevo imparato sul Settecento siciliano all'epoca delle ricerche per scrivere Marianna Ucria. Spero di comunicare ai lettori le emozioni che ho provato io nello scrivere queste pagine.
“Trio- Storia di due amiche, un uomo e la peste a Messina” (Rizzoli, pp.106. €16) segna il ritorno di Dacia Maraini alla narrazione storica dopo “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, uno dei libri più amati della scrittrice, poetessa, saggista, drammaturga e sceneggiatrice tra le più importanti d’Italia che ha scelto il “suo” Abruzzo, quella Pescasseroli tra i cui boschi nel cuore del Parco l’autrice vive per buona parte dell’anno, per una delle prime presentazioni (il volume è uscito lo scorso giugno): oggi alle 18, in piazza Umberto I la scrittrice ne parlerà con il giornalista del Centro, Domenico Ranieri, in un dialogo con intermezzi musicali dell’orchestra di organetti La scatola del vento diretta da Alessandro Parente.
“Trio” è un romanzo epistolare. A scriversi, nella Sicilia, del 1743, sono Agata e Annuzza: il loro legame viene da lontano, è nato quando, ancora bambine, hanno imparato l’arte tutta femminile del ricamo sotto lo sguardo severo di suor Mendola; è cresciuto nutrendosi delle avventure del Cid e Ximena, lette insieme in giardino, ad alta voce; ha resistito alle capriole del destino, che hanno fatto di Agata la sposa di Girolamo e di Annuzza una giovane donna ancora libera dalle soggezioni e dalle gioie del matrimonio. Ora, mentre un’epidemia di peste sta decimando la popolazione di Messina, le due amiche coltivano a distanza il loro rapporto in punta di penna, perché la paura del contagio le ha allontanate dalla città ma non ha spento la voglia di far parte l’una della vita dell’altra. E anche se è lo stesso uomo ad accendere i loro desideri, e il cuore scalpita per imporre le proprie ragioni, Agata e Annuzza sapranno difendere da gelosia e convenzioni del mondo la loro amicizia, che racconta meglio di qualunque altro sentimento le donne che hanno scelto di essere. Pubblichiamo, su gentile concessione, la prefazione dell’autrice stessa.
«Caro lettore,
qualche parola per spiegarti come è nato questo breve romanzo.
Mentre facevo le ricerche per Marianna Ucrìa, nella seconda metà degli anni Ottanta, sono capitata su una cronaca della peste a Messina. Un anno terribile il 1743, in cui, come racconta lo storico Orazio Turriano, il 20 Marzo era approdata in città una tartana, un piccolo veliero, che veniva dalla Grecia, carica di tessuti. Le autorità del porto chiesero quanti marinai ci fossero a bordo e il capitano disse che erano 12. Ma alla conta risultavano 11. Il responsabile portuale ne domandò la ragione e il capitano rispose che uno dei marinai era morto in viaggio per una malattia di cuore. Gli altri stavano bene e tutto era a posto. Ma le guardie del porto non si lasciarono incantare e misero i marinai in quarantena: una parola oggi a noi molto familiare, che deriva proprio da questa pratica di segregare per quaranta giorni le imbarcazioni e i loro equipaggi come misura di prevenzione dalle malattie. Due giorni dopo il capitano della nave si ammalò e morì. Sul suo corpo si trovarono i segni della peste. A questo punto la loro nave fu sequestrata con tutto quello che c’era dentro. Intanto altri marinai si ammalarono. E per quanto tenuti in quarantena, il contagio si diffuse oltre le mura del lazzaretto non si sa come e qualche tempo dopo cominciarono ad ammalarsi i cittadini di Messina. In poche settimane ci fu una ecatombe, per quanto le autorità fossero severissime nel cercare di fermare l’epidemia. La gente scappava rifugiandosi in campagna e la malattia si spandeva per l’isola, anche se nelle altre città apparve solo in forma leggera e fece pochi morti. In Marianna non ho raccontato questo episodio che mi sembrava fuori tema. Ma mi è rimasto in mente da allora. E quando l’amico Vincenzo Drago di Bagheria mi chiese un testo per la sua piccola casa editrice, decisi di scrivere una storia che si svolgesse durante quella epidemia di peste. Una storia d'amore perché in quel momento stavo vivendo un difficile rapporto sentimentale. Il racconto è stato pubblicato nel 2006 con il titolo Un sonno senza sogni. Era un libretto minuto, corredato da disegni di vari pittori fra cui Lucio Del Pezzo, Giosetta Fioroni, Fausto Gilberti, Lucia Pescador, Concetto Pozzati e Tino Stefanoni. L’editore e giornalista bagherese Vincenzo Drago era una persona squisita. Uno di quei siciliani che fanno onore all'isola. Un uomo onesto e gentile che ha sempre combattuto la mafia e il malaffare della nostra bella Bagheria. Per questo, quando mi ha chiesto di scrivere un racconto per lui, l'ho fatto volentieri. Sono passati tanti anni da quel giorno. Vincenzo è morto purtroppo. E non ho più pensato alla storia delle due donne innamorate dello stesso uomo. Quest’anno, nel mese di Febbraio, ero in Sicilia per degli incontri con le scuole. Ho rivisto Bagheria, Casteldaccia, Messina. E quando ho sentito della strana malattia che stava facendo strage in Cina, ho ripensato a quel racconto, a quella peste lontana ma vicina per tempo di memoria. In seguito, leggendo che a Milano erano cominciati i contagi e la gente moriva di una terribile e atroce polmonite, ho ripreso in mano il testo e ho cominciato a lavorarci sopra. Nel frattempo gli ammalati crescevano in tutto il mondo e si iniziava a parlare di pandemia.
Le somiglianze con l'epidemia di peste a Messina mi sono tornate in mente, precise e chiare nella descrizione degli storici siciliani. Certo le differenze sono tante: allora non si conoscevano i virus come oggi e si pensava che la peste nascesse dall’aria malsana delle acque stagnanti, ma i rimedi erano gli stessi: isolamento dei malati, fuoco a tutto ciò che poteva portare contagio, proibizione di assembramenti. La stessa tartana che aveva portato la peste a Messina fu bruciata sulla spiaggia, una volta saputo che era stata quell’imbarcazione a introdurre la malattia in città. Perfino la smania di trovare un colpevole si ripete nel tempo, nonostante le scoperte mediche e l’emancipazione dei costumi. Allora si parlava di untori misteriosi e infernali, oggi si parla della Cina. Il bisogno di individuare qualcuno su cui fare convergere tutte le colpe sembra irresistibile. Certo è più facile combattere un nemico visibile dalle intenzioni diaboliche piuttosto che un nemico invisibile e privo di intenzioni. Le responsabilità ci sono, ma non fuori della ragione. Chi ha attentato all’equilibrio ecologico per interessi immediati, senza mai pensare al bene del pianeta, è responsabile, e dovrebbe costituire un monito per il cambiamento. Ma si fa prima a identificare un colpevole dai bassi istinti, immediato e vicino, da aggredire e vituperare. Il romanzo ha preso forma in breve tempo, grazie a tutto quello che avevo imparato sul Settecento siciliano all'epoca delle ricerche per scrivere Marianna Ucria. Spero di comunicare ai lettori le emozioni che ho provato io nello scrivere queste pagine.