Danilo Sacco: «Guccini? Un genio normale, le sue canzoni vivranno cent’anni»

La storica ex voce dei Nomadi ricorda il cantautore:
«Porterò in giro la sua musica con il triplo dell’impegno»
CAPISTRELLO
«Sono un bibliofilo. Entro in una libreria, compro venti libri e magari ne leggo solo due. Ma sapere che sono lì, che domani posso prenderli, mi dà sicurezza. Allo stesso modo, sapere che c’era Francesco, che pensava e che scriveva, mi faceva stare bene». Danilo Sacco trova nelle pile di libri accumulate dentro la sua casa di Capistrello l’immagine per raccontare il vuoto lasciato da Francesco Guccini: non soltanto la scomparsa di un autore che ha segnato una parte decisiva della sua vita musicale, ma la perdita di una presenza che sembrava destinata a esserci sempre. «Il fatto che fosse vivo, anche a centinaia di chilometri di distanza, per tutti noi era una sicurezza. Sapevi che c'era. E ora è più difficile».
Da anni legato alla Marsica, l’ex storica voce dei Nomadi ricorda Guccini prima di tutto come un maestro: «Mi ha insegnato tante cose, magari a cena, parlando di filosofia o di metafisica. Ti insegnava a stare al mondo. E anche dal punto di vista professionale: mi ha spiegato dove mettere le virgole. Sembra un dettaglio da poco, ma in un testo cambia tutto». Del resto, Julio Cortázar ha definito la virgola come «la porta girevole del pensiero».
Che rapporto aveva con il Maestro?
«Profondissimo. Porto in giro le sue canzoni da più di quarant’anni e continuerò a farlo, adesso con il triplo dell’impegno. Questa è dura da buttare giù. Anche a 86 anni una persona come Francesco te la immagini come una presenza permanente. Come diceva lui ne “La locomotiva”, gli eroi sono sempre giovani. Per me rimane così. Ho il cuore a pezzi. Per me non è solo uno dei più grandi... è il più grande».
Quando lo ha conosciuto?
«Di persona attraverso i Nomadi, molto tempo fa. Io sono cresciuto con Guccini. La prima volta per me fu quasi come vedere Dio, non sapevo cosa dire. Poi, conoscendolo, ho scoperto che quel genio era tale proprio perché era una persona normale. Oggi essere normali è quasi rivoluzionario».
C’è un episodio che racconta questa normalità?
«Qualche anno fa eravamo io e Flaco Biondini a casa sua, a Pavana. Stavamo preparando un concerto e parlavamo della scaletta. A un certo punto bussano alla porta. Francesco apre e trova due ragazzi giovanissimi che lo guardavano come se avessero visto Gesù Cristo. Gli dissero che volevano soltanto vederlo e sarebbero andati via subito. Lui si girò verso di noi e disse: “Ma almeno beviamo un bicchiere di vino” (imita il modo caratteristico di parlare di Guccini). Quello era Francesco».
Nelle sue canzoni questa capacità di stare dentro la realtà si sente molto. Penso a “L’incontro" o a “Scirocco”: momenti quotidiani che diventano immagini precise.
«Era un cronista, un giornalista della vita. Pochissimi hanno saputo fare una cosa del genere. E non aveva paura di mettere a nudo la propria fragilità, i suoi dubbi. Anzi, solo un idiota non ha dubbi. Ascoltandolo potevi pensare: se Guccini dice queste cose, allora forse ho qualche speranza anch’io. Per questo ridurlo alle canzoni di lotta sociale sarebbe sbagliato. Ascolta “Lettera”: lì c’è un colpo di genio assoluto».
È riuscito anche a mettere insieme letteratura, storia, politica, scienza, senza perdere un pubblico popolare.
«Per me è stato il più grande. Nel suo essere geniale rimaneva normale e riusciva, usando anche parole difficili, auliche, ad arrivare al cuore di tutti: di chi aveva studiato molto e di chi aveva studiato meno. Questa è una capacità rarissima».
Eppure canzoni scritte sessant’anni fa continuano a essere cantate da ragazzi che allora non erano neppure immaginabili.
«È la cosa che mi dà più fiducia. Io li vedo dal palco: ragazzi di quindici anni cantano a memoria “Auschwitz”, “Noi non ci saremo”, “Per fare un uomo”. Vuol dire che sanno riconoscere ciò che è bello. Le sue canzoni resisteranno altri cento anni».
C’è anche un Guccini delle canzoni d’amore che forse viene ricordato meno.
«Assolutamente. Scrivere una canzone d’amore senza cadere nella retorica è difficilissimo. Lui ne ha scritte di perfette. Prendi “Vorrei”: la leggi e dici che è una poesia. Non avrebbe neanche bisogno della musica».
E adesso cosa resta a chi quelle canzoni continua a portarle sul palco?
«Il nostro compito di musicisti è continuare a farle vivere e fare in modo che non vengano dimenticate. Ma, a pensarci bene, non serviamo neanche noi: quelle canzoni non saranno dimenticate. Oggi siamo molto più poveri. Forse ce ne accorgeremo davvero soltanto col tempo».
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