Dante Marianacci: la mia missione è fare conoscere l’Italia all’estero

28 Gennaio 2018

Il poeta abruzzese racconta il suo impegno negli Istituti nazionali di cultura e nella letteratura «Fin da bambino la scrittura è stata una medicina e un’inseparabile compagna di viaggio»

L’amore per la scrittura, la passione per Gabriele D’Annunzio e Salvatore Quasimodo, gli incarichi prestigiosi, i numerosi riconoscimenti, in Italia e all’estero, come promotore della cultura italiana e per la sua attività letteraria. Un figlio d’Abruzzo che ha portato alto il nome della sua regione in tutto il mondo, Dante Marianacci. Abruzzese di Ari (ma vive a Pescara) poeta, narratore, saggista, giornalista, Marianacci è presidente del Centro nazionale di studi dannunziani e del club internazionale “Amici di Salvatore Quasimodo”.
Marianacci, lei ha girato il mondo come direttore degli Istituti italiani di cultura e come dirigente dell’Area della promozione culturale del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Qual è la percezione dell’Italia e della sua cultura all’estero?
Ottima, anche se molto si potrebbe e si dovrebbe ancora fare. Non solo per la promozione della nostra cultura, ma anche della lingua italiana, che comunque si attesta tra le quattro più studiate nel mondo. Sono stato invitato qualche settimana fa alla Farnesina, in occasione dell’ultimo convegno degli Istituti, che aveva il significativo titolo “Vivere all’italiana”; da molte parti è stata ribadita la necessità, in tema di politica estera, di dare maggiore rilievo alla cultura nel promuovere l’immagine dell’Italia nel mondo. Per un Paese come il nostro, che può vantare una straordinaria tradizione ed eccellenze all’avanguardia in diversi settori della vita culturale e scientifica, che detiene più del 60 per cento del patrimonio artistico mondiale, che, oltre a uno straordinario passato, ha anche un assai vivace presente da offrire, la cultura deve essere uno strumento non di supporto, ma vitale, anche per la crescita del Pil. Nei miei trent’anni di attività, con oltre duemila eventi organizzati, ho cercato sempre di sollecitare questa consapevolezza, mettendo insieme tradizione e innovazione, cultura e ricerca scientifica, con la convinzione che promozione significa soprattutto cooperazione, scambio, conoscenza. Qui a Pescara abbiamo più che altrove la percezione di quello che dico, in primo luogo perché organizziamo, con il ministero degli Esteri e gli Istituti italiani di cultura, ormai da diciassette anni, il Premio di Italianistica che seleziona ogni anno gli studi più importanti dedicati alla cultura italiana nei Paesi esteri. Nell’ambito dei Premi internazionali Flaiano, abbiamo organizzato sei convegni internazionali che hanno fatto di Pescara un centro di eccellenza per studiare gli sviluppi della nostra presenza culturale all’estero.
Come nasce il Centro nazionale di studi dannunziani?
Nasce ufficialmente nel 1979, come associazione culturale, per iniziativa di Edoardo Tiboni, allora già presidente dell’Associazione Flaiano, con lo scopo preminente di approfondire gli studi sulla figura e sull’opera di D’Annunzio, riservando particolare attenzione al D’Annunzio giovanile e ai suoi rapporti con la terra d’origine. Negli ultimi anni, insieme ai convegni, abbiamo organizzato una ricca serie di incontri dannunziani con cadenza bimensile, nell’ambito dei lunedì letterari, con l’intento di presentare le ultime novità su D’Annunzio e farlo maggiormente conoscere anche al mondo giovanile.
Che ricordo ha di Edoardo Tiboni?
Per me ha rappresentato un punto di riferimento molto importante, uno straordinario esempio di vitalità intellettuale, che mi ha accompagnato per più di un quarantennio. Ho incominciato a collaborare con lui già dalla metà degli anni Settanta, scrivendo sulla rivista Oggi e domani, realizzando, con altri redattori, molti programmi culturali per la sede regionale della Rai, di cui era direttore, ed entrando a far parte della giuria dei Premi Flaiano. La nostra collaborazione è continuata anche, e soprattutto, dalle sedi estere nelle quali mi sono trovato ad operare dal 1984, con il coinvolgimento del nostro ministero degli Esteri, delle ambasciate, dei consolati, degli Istituti italiani di cultura e di numerose istituzioni di altri Paesi. Credo che nessuno della sua generazione abbia fatto quanto lui per la promozione della cultura in Abruzzo e per far conoscere l’Abruzzo nel mondo.
Che opinione hanno all'estero di Gabriele D'Annunzio?
Sono opinioni piuttosto contrastanti e si stenta ancora, almeno in certi Paesi, ad affrontare la straordinaria ricchezza dell’opera dannunziana libera da implicazioni storiche, ideologiche, biografiche. Ma si avverte sempre più, soprattutto nel mondo accademico, la consapevolezza della straordinaria importanza del Vate, che è stato senza ombra di dubbio un grande protagonista della letteratura e della cultura tra fine Ottocento e inizio Novecento. D’Annunzio è un classico della letteratura e, come tutti i classici, va continuamente letto e riletto per la straordinaria ricchezza del suo mondo creativo, narrativo e, soprattutto, poetico, che stimola la nostra sensibilità.
Cosa rappresenta per lei la scrittura?
La scrittura può essere una malattia o, come mi disse una volta Gesualdo Bufalino, una medicina. Per me è stata sempre una medicina, un elemento fondamentale nella mia vita, sin da bambino, una inseparabile compagna di viaggio. Ricordo che quando frequentavo ancora le elementari riempivo quaderni interi, a volte anche in un solo giorno, inventando e immaginando storie e mondi fantastici che popolavano il mondo oltre le colline e le montagne che potevo ammirare dalla finestra di casa.
Cosa ama leggere?
Di tutto, sono un lettore molto appassionato, soprattutto di letteratura, ma leggo volentieri anche libri di arte, storia, molte biografie, libri di scienza. Ho fatto mia una frase del grande scrittore egiziano Nagib Mahfuz, “Se un giorno il desiderio di scrivere mi abbandonasse vorrei che quello fosse il mio ultimo giorno”, mutuandola in “Se un giorno il desiderio di leggere mi abbandonasse vorrei che quello fosse il mio ultimo giorno”. D’altra parte non c’è scrittura senza lettura. Non ha detto, del resto, Borges che noi dobbiamo vantarci dei libri che abbiamo letto, non di quelli che abbiamo scritto, ricordandoci sempre che “siamo nani sulle spalle dei giganti”?
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