Dario Cataldo a “Storie”: cadere e rialzarsi, i ciclisti sanno cos’è la sofferenza

30 Maggio 2023

Il corridore della Trek racconta l’incidente drammatico in Catalogna «Perdevo sangue e non respiravo, che paura: ora voglio correre»

Poteva essere una caduta come tante altre: «E invece è stato l’incidente peggiore della mia carriera», racconta Dario Cataldo, ciclista professionista di Miglianico con la Trek Segafredo. È successo tutto in un pugno di secondi il 20 marzo scorso al Giro di Catalogna, prima tappa: «Un corridore si è distratto, gli altri gli sono carambolati addosso e io non ho potuto evitarli: andavamo veloci perché si arrivava da una strada in discesa e mi sono ritrovato un ciclista sotto le ruote che mi ha fatto da trampolino: anziché strisciare sono andato in alto e sono caduto battendo forte sull’asfalto, ho riportato tante fratture e uno pneumotorace». È Cataldo un altro ospite di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete8 in collaborazione con il quotidiano il Centro in onda stasera alle ore 21 per la regia di Antonio D’Ottavio.
Cadere e rialzarsi, a 38 anni Cataldo è uno specialista: «Dell’incidente mi torna in mente un’immagine in cui, guardando a terra, mentre non potevo respirare, vedevo il sangue che colava e non sapevo da dove arrivasse. Poi, toccandomi, ho capito che veniva dal naso e che non era la testa. Piano piano, ho cominciato a fare brevi respiri e mi sono un po’ tranquillizzato». A distanza di poco più di due mesi dall’incidente, Cataldo è tornato in sella e ha ripreso gli allenamenti per tornare in gara: «Un ciclista è abituato a convivere con la sofferenza, con il dolore, con tanti aspetti fisici non sempre facili da sopportare. Stringere i denti non era qualcosa di nuovo per me. Succede anche nelle corse a tappe: si cade, ci si rialza, si finisce la tappa e poi si resta con quelle ferite anche se andare a letto in quelle condizioni non è semplice».
Dal letto dell’ospedale, con il volto tumefatto, Cataldo, professionista dal 2007, ha scritto su Instagram: «Felice di essere vivo, prometto che tornerò». «La felicità», dice, «è saper apprezzare le cose, soprattutto quelle che si hanno. Una promessa? È un obbligo: quella mia promessa l’avevo fatta a caldo perché, fin dalle prime ore, dentro di me ero convintissimo di poter tornare presto a correre. Nei giorni successivi, però, i medici mi hanno fatto capire che non era così scontato visto che le lesioni erano importanti. Tutto questo però non mi ha distolto dal lavoro verso il mio obiettivo e spero che presto tornerò in gruppo».
La storia di Cataldo, gregario che non ha paura della salita, è un esempio: è la storia di chi non molla mai. Perché può capitare di cadere, può capitare di farsi anche tanto male, ma con la forza di volontà ci si può sempre rialzare. E questa è la vita, quella che lui stesso ha raccontato in un libro che si chiama “60 secondi”: il libro, scritto con Luigi Milozzi per Hatria Edizioni, contiene la prefazione di Alessandra De Stefano, direttrice di Rai Sport, che, in un passo, dice così: «Il ciclismo ha bisogno di Dario Cataldo più di quanto non immagini».
«Quando ero piccolo, insieme a mio fratello e ad altri ragazzini della zona, la bici era un mezzo di trasporto», racconta, «un mezzo per andare a coltivare l’altra mia passione: la pesca. Mi spostavo in bicicletta verso i laghi o i fiumi. Poi mio padre, che era un cicloturista e partecipava ai raduni, mi chiese di andare con lui e partecipare anch'io: dissi di sì e andai senza alcuna ambizione. E mi piaceva; poi, una mattina che il tempo era brutto e non era il caso di andare a fare una pedalata, mi arrabbiai tantissimo con mio padre che non voleva uscire. In quel momento fu lui ad accorgersi del mio amore per la bicicletta e mi chiese se volessi iscrivermi in una squadra di ciclismo».
La mia prima gara a Sulmona, all’epoca il mito indiscusso era Pantani: «Era una corsa categoria G4 e non finii quella gara, per inesperienza e per una forte fitta a un fianco. Ma anche queste sono piccole esperienze che ti segnano e ti fanno dire: posso fare di più». Da quella prima gara a una vittoria al Giro d’Italia, nel 2019 a Como: «Venivo da giorni di delusioni», ricorda Cataldo, «mentre stavo per giocarmi una tappa, fui fermato dall'ammiraglia perché dovevo aiutare il mio capitano che stava tentando un attacco. Avevo un vantaggio di 14 minuti sul gruppo e dovetti fermarmi per aspettarlo e aiutarlo solo per qualche chilometro a riguadagnare qualche secondo sulla testa della corsa: mi fece veramente male e, nei giorni successivi, mi portai dietro gli strascichi di questa esperienza. Per un paio di tappe non andò bene; la notte prima della tappa di Como riuscii a dormire poco. Però, dopo il via, mi ritrovai in fuga con un altro ragazzo: all’inizio la presi un po’ come un’avventura che era destinata a finire e, invece, prendemmo un bel vantaggio e iniziai a crederci».
Cataldo ha un record personale: nel 2014 è transitato primo alla Cima Coppi in un’edizione storica del Giro d’Italia perché, per la prima volta, ci furono il passaggio sia sul Gavia sia sullo Stelvio nella stessa tappa: «Una situazione epica, lo volevo a tutti i costi».