Davide Riondino «Un sampdoriano mi ha insegnato il genovese»

26 Febbraio 2018

ROMA. Un giallo grottesco e pieno di sorprese che ci restituisce personaggi, situazioni, colori e umori caratteristici della Sicilia post-risorgimentale. “La mossa del cavallo - C'era una volta...

ROMA. Un giallo grottesco e pieno di sorprese che ci restituisce personaggi, situazioni, colori e umori caratteristici della Sicilia post-risorgimentale. “La mossa del cavallo - C'era una volta Vigata”, tratto dall'omonimo romanzo storico di Andrea Camilleri (Sellerio) per la regia di Gianluca Maria Tavarelli, andrà in onda stasera su Rai1. Protagonista Michele Riondino che, smessi i panni del giovane Montalbano, veste ora quelli ottocenteschi del giovane e intransigente «ispettore ai mulini», Giovanni Bovara. Nato a Vigata, ma sempre vissuto a Genova - e in tutto e per tutto ormai uomo del nord - l'ispettore è stato inviato nel territorio di Montelusa per investigare sull'applicazione dell'imposta sul macinato (l'odiata «tassa sul pane» come veniva allora chiamata) che sta provocando episodi di corruzione e strane morti tra i funzionari. È proprio mentre indaga su loschi traffici tra mulini clandestini, gestiti dal boss locale, che le cose si complicano per il giovane Bovara. Un prete, un «parrino» non proprio retto, viene ucciso sotto i suoi occhi.
«Il mio personaggio», spiega Riondino, «si trova chiuso in un angolo e capisce che l'unico modo per uscirne è quello di entrare in una zona ambigua. Lui non è abituato a un certo tipo di mentalità, chi lo interroga cerca di manovrarlo». Riondino, pugliese, ha lavorato molto sul linguaggio: «Lavorare sui dialetti è un lavoro particolare. È anche un atteggiamento, un'attitudine. Ormai trovo il dialetto di Andrea confortevole, poi continuando a leggere il romanzo ha cominciato a parlarmi in genovese mi sono chiesto se fossi la persona giusta, come avrei potuto fare. È un romanzo estremo, come è estrema la scelta di adattarlo. Per studiare il genovese ho avuto un coach, Andrea Bruschi, e il padre 90enne che mi lasciava i memo su Whatsapp. E mi ha aiutato molto anche ascoltare il capo tifoseria della Sampdoria, per centrare il suono del genovese. Ringrazio Andrea Camilleri per il suo aiuto, la Palomar e la Rai per aver voluto rischiare».
Gianluca Tavarelli ha confezionato un prodotto di grande qualitàm a metà tra Sergio Leone e Tarantino come da lui stesso ammesso. «Alla fine dell'Ottocento», spiega il regista, «la Sicilia era per l'Italia una sorta di Far West, una terra di nessuno, costellata di banditi, malfattori, gente abituata a farsi giustizia da sé. È con questo in mente che ho cominciato a pensare che il western fosse il genere più adatto per raccontare questa storia. Il romanzo di Camilleri racconta di un'Italia divisa in due, sia politicamente che linguisticamente. Una storia, quindi, che riguarda da vicino l'Italia di oggi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.