De Gregori: «Pescara è la città dei miei ricordi...»

29 Luglio 2015

Il cantautore si racconta al Centro in vista del concerto al Teatro d’Annunzio del 5 agosto

di Giuliano Di Tanna

«Qualche tempo fa, sono tornato in via Battisti a vedere la casa dove abitavo da bambino. Mi è sembrato tutto così piccolo rispetto al ricordo che ne avevo. E’ stata una grande emozione». Per Francesco De Gregori, Pescara è una madeleine proustiana che apre lo scrigno della memoria. E’ difficile non parlare di Pescara con lui. A Pescara il cantautore romano è vissuto fino a 9 anni con la famiglia: il padre faceva il bibliotecario in città. E’ quasi impossibile non parlarne a otto giorni dal concerto che l’autore di Rimmel e della Donna cannone terrà, il 5 agosto, al Teatro d’Annunzio, con la sua band storica. «Per me, Pescara è il luogo dei primi ricordi», confessa lui in questa intervista al Centro.

De Gregori, che cosa sentiranno quelli che, il 5 agosto, verrannno al Teatro d’Annunzio?

«Sentiranno un concerto fatto di canzoni vecchie come Alice o quelle del periodo di Rimmel, ma non solo. Ci saranno anche pezzi più recenti come Vai in Africa, Celestino, Finestre rotte, Bellamore. Ma senza alcuna pretesa di tracciare un autoritratto. La cosa che mi sta divertendo di più, quest’estate, è la coesione che abbiamo raggiunto con la band. Siamo in undici sul palco e, siccome suoniamo insieme da sempre, c’è ormai una grande unione fra di noi».

Ci sarà anche suo fratello, Luigi Grechi: cosa farete insieme?

«Canteremo insieme Il bandito e il campione, che ha scritto lui. Poi faremo un altro pezzo suo, Senza regole: lui canta e io lo accompagno con l’armonica».

Il 22 settembre all’Arena di Verona riproporrà per intero l’album Rimmel, che compie 40 anni. Perché questa scelta?

«Perché è un disco piantato nella memoria della musica italiana. E’ il disco mio che sta un po’ in tutte le case».

Come lo spiega?

«Forse è stato un momento di grazia creativa. Ero molto giovane, avevo solo 24 anni, e avevo tante cose da dire e, forse, sono riuscito a dirle bene, con canzoni d’amore e canzoni sociali, per così dire. Forse questo mix ha fatto sì che quel disco acquistasse una luce particolare».

Il 25 luglio scorso, è stato il cinquantenario del primo concerto elettrico di Bob Dylan al Festival di Newport. Per un dylaniano come lei cosa ha rappresentato quel concerto e Dylan in generale?

«L’esempio di una grande onestà espressiva; la capacità di liberarsi dagli schemi del folksinger in cui volevano rinchiuderlo. La sua libertà espressiva è testimoniata da quel che fece a Newport e da quello che continua a fare oggi, anche con questo suo ultimo disco di cover, con canzoni di Sinatra e eccetera. E’ questa sua libertà ad avermi sempre affascinato».

Pescara è una città che fa parte della sua biografia. A cosa pensa quando pensa a Pescara?

«Intanto, Pescara, per me, è un luogo della memoria ancestrale. I miei primi ricordi sono pescaresi. A cosa penso? Penso a una città che mi appartiene e a cui io appartengo per il fatto di aver aperto gli occhi qui. E’ un imprinting per me: piazza Salotto, il Corso, via Battisti, la Pineta. Pescara, quando ci ritorno è un’emozione. Quando con la mia famiglia siamo tornati a Roma, era il 1960, l’anno delle Olimpiadi. Per me è stato difficile adattarmi. Roma era una città grande. Non era Pescara».

Che musica ascolta oggi?

«Ascolto sempre Cohen e Dylan, la musica americana, ma anche molte cose italiane, cose anche molto distanti. Per esempio, il rap. Mi piacciono Fedez, Caparezza, ammesso che lo si possa definire un rapper. Trovo che i testi dei rapper italiani siano, in genere, ben scritti e abbastanza rappresentativi del mondo giovanile italiano di oggi».

Qual è la più bella canzone italiana di sempre?

«Vita spericolata di Vasco Rossi mi ha sempre affascinato. Ma mi pacciono anche Modugno, Tenco, Battisti, De Andrè e altri. E’ difficile scegliere una sola canzone».

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