De Gregori: tuteliamo i musicisti

12 Aprile 2020

Il cantautore lancia l’allarme: il covid 19 minaccia anche la nostra professione

ROMA. «L'Italia è notoriamente il Paese del bel canto: forse per questo la gente pensa che tutti possano cantare e quindi che la nostra non sia una professione vera e propria». Così Francesco De Gregori commenta la situazione degli artisti in questo momento di emergenza per il covid 19. «L'industria dello spettacolo», osserva il cantautore romano, «sarà una delle ultime a riprendere le attività, per molti si prospettano mesi di sofferenza economica, a questo occorrerà mettere rimedio». Artisti affermati hanno adottato lo smart working, mettendo in streaming concerti “one man band” fatti a casa e questo, secondo De Gregori, «può sicuramente servire a sollevare il morale della gente».
«Perfino Bob Dylan», aggiunge il musicista, «considerato non del tutto a torto scontroso e anaffettivo verso il pubblico, ha messo in rete un suo bellissimo pezzo inedito, “Murder most foul”, per la gioia e la sorpresa dei suoi fan». Il pensiero del cantautore va anche a tanti colleghi che vivono di piccoli concerti e adesso si trovano costretti a casa. In Italia, dice, il lavoro di musicisti non è riconosciuto come professione.:«Nei Paesi di cultura anglosassone è diverso, l'industria musicale è nata lì e quando vai a fare un concerto ti trattano come un professionista. È così quasi dappertutto nell'Ue. In Italia la visione che si ha dei musicisti è molto diversa: «Mi capita di andare a una festa e sentirmi dire: dai, perché non ci canti una canzoncina?. Nessuno nella stessa situazione chiederebbe a un dentista di levargli un dente».
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