Di Scanno mette in scena la Shoah con “Processo a Dio” di Massini

GESSOPALENA . Un "Processo a Dio" del drammaturgo Stefano Massini è stato l'oggetto di un laboratorio teatrale che il regista Claudio Di Scanno ha diretto al teatro di Gessopalena per una...
GESSOPALENA . Un "Processo a Dio" del drammaturgo Stefano Massini è stato l'oggetto di un laboratorio teatrale che il regista Claudio Di Scanno ha diretto al teatro di Gessopalena per una rappresentazione sulla Shoah programmata per domani e domenica (29 febbraio/1° marzo) alle ore 18. Proposto dalla locale associazione teatrale “Pretalucente”, il laboratorio si è allargato dalle iniziali sei/sette persone a trentatré, coinvolgendo 19 adulti e 14 bambini che assumono ruoli speciali non solo nella recitazione ma anche nella musica, riecheggiando l' orchestrina di Auschwitz. Il succo del dramma è il processo che alcuni internati di Maidanek, all'indomani della liberazione, intentano al “capitano” del campo, che fino a pochi giorni prima si faceva chiamare Dio in quanto disponeva di vita e morte di tutti. Da qui parte un intenso dialogo sull’assenza di Dio che riecheggia il grido di Cristo in croce: “Perché mi hai abbandonato?”. A questa domanda il regista, che rielabora in parte il testo di Massini, non dà una risposta, ma fa agire i personaggi con la tecnica del “doppio"” per coinvolgerli tutti nella dialettica della rappresentazione, che si sviluppa in un insieme di tragico e di grottesco per amplificare la sostanza del dramma. Per Di Scanno «la memoria di Auschwitz è il fondamento culturale del Novecento», da cui non si può prescindere. E va quindi rievocata per sfuggire ai rigurgiti di antisemitismo che riappaiono nei momenti critici della storia, come quelli odierni, e dai quali, aggiunge il regista, il teatro «non può essere avulso». Il teatro non è semplice intrattenimento, ma un corpo inquieto, perturbante; non contenitore, ma luogo di creazione di vita; non retorica, ma riflessione continua sul senso della propria vita. Il lavoro sulla tecnica dell'attore, voce e corpo, si incrocia con una metodologia di “straniamento” brechtiano, tanto che il personaggio del “capitano” è interpretato da un'attrice, a voler significare l'intercambialità del male, la sua personificazione e spersonalizzazione, fino alla riflessione finale di un giovane ebreo: «Se Dio è colpevole, il Capitano è innocente». Ma la giuria di ex-internati non può accettare una via di fuga che sa di scaltrezza e di “banalità del male”, e cercherà di dare un verdetto, che però rimette nel giudizio di Dio, quello vero. Si conclude con un colpo di pistola che risuona nel buio, e poi nulla.
Gino Melchiorre