«Distanza sociale? Il teatro è dal vivo o perde sacralità»

11 Aprile 2020

Il regista aquilano è in Umbria: Il film Anni amari chissà se uscirà il 21 maggio, compleanno di Mieli 

«L’Aquila è una grandissima ferita aperta, legata alle persone che ancora vivono nelle abitazioni temporanee, in situazioni ristrette e precarie. Un problema aggravato dall’epidemia. Dice la mia amica attrice Patrizia Bernardi, con la quale ho lavorato e che vive a L’Aquila: per 11 anni siamo stati costretti a stare tutti fuori, ora siamo costretti a stare tutti dento. Ma la sofferenza è la stessa. Un dolore in più quest’anno non partecipare alla fiaccolata».
Ha il cuore nella sua città il drammaturgo e regista teatrale e cinematografico Andrea Adriatico, anche se dal 1986 vita e lavoro sono a Bologna, dove, dopo la laurea al Dams, ha aperto il centro internazionale Teatri di Vita facendone un polo culturale. Le misure di contenimento del Covid-19 hanno fermato l’intensa e articolata attività di Adriatico e della struttura. Si naviga a vista cercando di capire quando e come riaprire. Un interrogativo che attraversa tutto il mondo dello spettacolo.
Fino all’ultimo Adriatico e la casa di produzione Cinemare hanno sperato di portare in sala “Gli anni amari”, film sull’attivista e scrittore Mario Mieli (1952-1983) diretto dall’autore aquilano e scritto con Grazia Verasani e Stefano Casi.
Doveva uscire il 12 marzo, data di morte del fondatore del movimento omosessuale italiano. «A inizio marzo ho capito che non c’era nulla da fare. Ho immaginato come possibile nuova data il 21 maggio, giorno della nascita di Mieli. Chissà». Adriatico parla dei progetti sospesi e degli interrogativi che agitano il presente.
«Sono in Umbria, nella casa colonica di un podere dei nonni materni, che ho ristrutturato vent’anni fa. È il mio rifugio, ma anche luogo di lavoro. Sono sceso da Bologna per la conferenza stampa del film a Roma e sono rimasto bloccato qui. Ma non mi lamento. Basta una buona linea Internet. Da casa faccio didattica on line per i miei studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma».
È stato un giornalista, come giudica il racconto dell’epidemia da parte dei media?
Trovo irritante il titolo che scorre su RaiNews24 alle 18 con i nuovi positivi, totalmente falso. I positivi sono molti di più. Sento in modo doloroso questo balletto dei numeri puramente statistico. Non si sa dove la gente muore. Il dramma ulteriore è la morte in solitudine, è la fine della civiltà. Credo ci siano altre verità e temo le rassicurazioni eccessive. Ho gironzolato nel mondo degli infettivologi realizzando il documentario “+o- il sesso confuso, racconti di mondi nell'era aids” e un po’ lo conosco. L’Italia ha una valida squadra di professionisti seri, però poco ascoltati dalla politica. Ma in uno Stato occidentale ci deve essere la pianificazione per l’eventualità di una pandemia.
A Teatri di Vita state pensando a come riaprire?
Il teatro è dentro un parco ora chiuso, per cui la blindatura è doppia. A maggio ogni anno è in programma il festival ResiDanze di Primavera, con compagnie internazionali al lavoro per un mese in residenza. Lo faremo lo stesso, se non sarà maggio sarà giugno, o se no luglio, andremo avanti così, la scaletta è pronta. L’idea è riaprire d’estate. È come se ora stessimo anticipando le ferie di agosto. Riapriremo nel parco, in uno spazio aperto sarà più facile far rispettare le distanze di sicurezza.
Col distanziamento sociale destinato a durare come si adatterà lo spettacolo dal vivo?
È un problema enorme. Finora c’è stata la corsa verso tentativi di trasferire lo spettacolo dal vivo su piattaforme varie. Io ho licenziato su Vimeo il mio documentario “Torri checche e tortellini”, ma non ho voluto trasferire i miei spettacolo teatrali. Non è la stessa cosa il teatro su una piattaforma, viene meno la sua essenza, la sacralità. Preferisco sentire la mancanza di un medium considerato arte minore, vessato quasi. Invece lo spettacolo dal vivo è un’arte sociale, che coinvolge il concetto stesso di libertà.
La sua generazione ha vissuto gli anni dell’Aids, visto dai benpensanti come punizione divina dei gay, colpiti pure dallo stigma sociale. Ora il Covid-19, che può colpire chiunque, ha creato diffidenza generale. Come se ne esce?
L’Aids era percepito come una malattia che poteva non riguardarti. Invece questo virus può colpire tutti. Quando esiste una tragedia collettiva di queste proporzioni indubbiamente nell’animo qualcosa cambia. Radicalmente, come la società. La cultura può aiutare a ricominciare. Da qualche parte si deve ripartire, e non solo dal supermercato. Sarà un atto politico aiutare le persone a riabituarsi a tutto. Da oltre un mese sono state sovvertite le regole dello stare insieme. Andrà restituita la fiducia nel riavvicinarsi all’altro. Oggi vince chi sa immaginare un futuro possibile e le reazioni emotive delle persone. Occorre essere pronti a ricominciare con misure rassicuranti e maglie molto larghe e rasserenanti, ma senza far finta che non sia successo nulla.
La ripresa sarà più complicata per il cinema?
Si può ipotizzare una stagione estiva?
Non avrei paura della soluzione, ma se sul teatro abbiamo controllo diretto, sul cinema entrano in gioco più soggetti. Si può intanto pensare un’uscita temporanea sulle piattaforme per i film bloccati, con un fondo di scopo e la partecipazione delle sale ai ricavi. Cinema, concerti, teatro saranno gli ultimi anelli, temo, nella catena delle riaperture. Tanti film attesissimi, dai grandi investimenti, sono fermi. È una grande sfida, non riesco a immaginare come si ripartirà. Magari la gente avrà voglia di andare al cinema nelle arene, me lo auguro.
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