Don, la 'ndrangheta sconosciuta di Saverio Occhiuto

3 Novembre 2015

Il giornalista calabrese adottato dall'Abruzzo ed ex cronista de il Centro racconta la criminalità in Calabria, un fenomeno a lungo ignorato. La prefazione è di Ciccio La Licata

«Il problema di questo Paese non è che i cattivi sono troppo cattivi, ma che spesso i buoni sono indifferenti». Saverio Occhiuto si affida alle parole di Martin Luther King, stampate come una dedica ad aprire il suo libro – “Don”, appena uscito per i tipi di De Siena Editore – per spiegare in estrema sintesi il perché delle pagine che seguiranno, il perché di quel «dovere della memoria» che Occhiuto ha avuto come bussola in tutta la sua vita professionale (e non solo), come giovane cronista nell’insanguinata terra di Calabria degli anni Ottanta prima e come giornalista maturo e attento poi, quando da quella regione che lo aveva visto nascere e formarsi a una scuola di giornalismo «che ubbidiva soltanto alle esigenze di una curiosità senza limiti» gli fu «consigliato» di allontanarsi.
E così, “emigrato” in Abruzzo, nella redazione del “Centro”, il giornalista Occhiuto ha continuato sempre a seguire fatti e misfatti targati ’ndrangheta, a collegare ricordi e vicende testimoniate alla nuova cronaca, a leggere gli accadimenti che dalla Calabria si diramavano in tutta Europa alla luce di cambiamenti economici e radicamenti culturali che riconosceva. Ne è venuto fuori “Don”. «Saverio Occhiuto è tra quelli che hanno sempre lanciato l’allarme sulla ’ndrangheta: anche quando i giornali nazionali venivano ipnotizzati dalla sovraesposizione di Cosa nostra siciliana, ignorando tutto il resto – ed era tanto – che accadeva nel Meridione d’Italia. Saverio capiva che quando avremmo finalmente preso coscienza forse sarebbe stato troppo tardi». Così scrive nella prefazione al libro Francesco La Licata, giornalista palermitano tra i maggiori conoscitori dei fenomeni mafiosi, di cui ha scritto e scrive con lucidità, in saggi e sui giornali, amico fraterno di Occhiuto, collega sin «da giovincelli», ricorda, «da quando ci si allenava quotidianamente ai marciapiedi , cioé ad usare le suole delle scarpe nella ricerca di un brandello di notizia che consentisse di andare oltre la verità confezionata». Con una sintassi limpida e veloce “Don” racconta verità su stragi, delitti all’apparenza comuni, consuetudini mafiose radicate nella cultura di una regione bella e piegata. Pubblichiamo qui stralci di un capitolo illuminante sul fenomeno: “Il bar di don Mimmo”. (la.d’i)


di SAVERIO OCCHIUTO
Fu un'estate caldissima quella del 1984. Nelle ore di punta del mattino la spiaggia era rovente e di notte riuscivo a dormire solo dopo avere trasportato la mia brandina sul terrazzo e ingaggiato una cruenta battaglia con nuvole di zanzare assetate di sangue. A poche decine di metri c'era il mare, l'acqua turchese della costa ionica dove si affacciavano le belle ville di Marina di San Lorenzo, una delle residenze estive della borghesia reggina (...). Un amico architetto mi aveva convinto a prendere in affitto una mansarda al terzo piano di una casa con giardino (...). Sulla spiaggia c'era solo il bar-pizzeria di don Mimmo, proprio al centro della lunga fila di ville. Un locale molto grande ed elegante che faceva anche da punto telefonico, con un'ampia veranda sul mare. La sera ci ritrovavamo tutti lì, da don Mimmo (...): alto non più di 1metro e 60, robusto, i capelli lunghi che scendevano sulle spalle, le ampie camice hawaiane (...). Cordiale con tutti, sempre pronto alla battuta. Credo che don Mimmo si sentisse una sorta di sceicco della zona per il fatto di essere il riferimento estivo dell'"alta società" di Marina di San Lorenzo. Il don che precedeva il suo nome lo trasferiva anche sui suoi avventori, in segno di rispetto e riconoscenza. Lo fece anche con me sin dal primo giorno. (...) Qualche mattina mi capitava di passare di buon'ora davanti al bar mentre mi dirigevo a piedi all'edicola del paese. C'era soltanto lui, appoggiato all'ingresso del locale (...). Un giorno chiesi all'amico architetto: "Ma don Mimmo…?". Lui non mi fece neanche finire la frase: "Droga". E non fu più necessario riaprire l'argomento. (...) Quell'estate aveva anche deciso di sponsorizzare il torneo di calcio di Marina di San Lorenzo, un appuntamento sportivo che era soprattutto una festa, con la partecipazione di squadre di buona qualità provenienti dai paesi vicini. Molte settimane prima, don Mimmo aveva acquistato una grande coppa in silver, più o meno della sua altezza, che aveva sistemato in bella mostra in un angolo del bar. Ma faceva soprattutto il tifo per la squadra del villaggio, dove ero stato ingaggiato anch'io nel ruolo di terzino sinistro. (...) Vincemmo le prime partite e ci ritrovammo a sorpresa a giocarci la finale contro una selezione di Bova Marina. (...). Quando arrivò il giorno della finale era una torrida domenica di agosto (...) Ci eravamo schierati in dieci a causa di una serie di infortuni(...). Il morale era sotto i tacchetti (...). Ci voleva un miracolo. E accadde davvero. (...) Ci sentivamo una specie di eroi, consapevoli di avere compiuto una impresa impossibile. In realtà il merito di quella vittoria era solo del nostro sponsor che tra le risate generali ci spiegò cosa aveva combinato la sera prima. (...) Aveva invitato la squadra di Bova con la scusa di offrire da bere a tutti e aveva intrattenuto i giocatori fino alle 3 del mattino servendo una decina di bottiglie di Vodka ghiacciata. Lo scopo era appunto quello di piegare le gambe dei nostri avversari e questo ci spiegò perché alla fine del primo tempo erano già cotti. Don Mimmo aveva deciso tutto, come avviene in certi "ambienti" dove la buona o la cattiva sorte non sono appannaggio del destino. E infatti non aveva neanche assistito alla partita. Era rimasto nel suo bar aspettando il nostro rientro vittorioso per alzare la coppa con tutta la gente del villaggio. Ancora una volta si era regalato la sensazione che tutto intorno gli appartenesse: la squadra, il trofeo, il rispetto di quei ricchi signori delle ville della Marina e i club service del capoluogo. (...) Un paio di anni dopo, quando a Reggio era già scoppiata la guerra di mafia, chiesi di don Mimmo. Mi dissero che era stato freddato con 4 colpi di pistola al volto esplosi a bruciapelo da 2 killer che avevano fatto irruzione nel suo locale.
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