Downton Abbey nobili e servitù dalla serie tv al film

24 Ottobre 2019

Santamaria “Modugno della Dalmazia” e padre   a sorpresa in Tutto il mio folle amore di Salvatores

Una delle serie tv più amate dal pubblico adulto, Downton Abbey, arriva sul grande schermo per gli inconsolabili orfani dell’appuntamento con l’aristocratica famiglia Crawley nella sfolgorante dimora dello Yorkshire.
Dopo 52 episodi in sei stagioni, tra il 2010 e il 2015, e molti premi la sontuosa serie britannica si fa ancora più grande con il film diretto da Michael Engler, conclusione (per ora) delle vicende dei due mondi paralleli dei masters and servants protagonisti di amori, gelosie, conflitti, rigide regole e rituali. Una rappresentazione sociale che aveva già avuto al cinema un’efficacissima espressione nel magnifico “Gosford Park” (2001) di Robert Altman, Oscar allo sceneggiatore Julian Fellows poi creatore della serie inglese e di questo film.
Con l’insuperabile Maggie Smith filo rosso. La grande attrice (nel film di Altman l’altera Lady Trentham) torna qui a indossare diademi e perle, sete e pizzi della tagliente contessa madre Violet. Presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma il film “Downton Abbey”, budget di 41 milioni di dollari e incassi nel mondo già oltre 156 milioni, riprende la storia più o meno dove la serie si era interrotta dopo aver raccontato vite e amori e cambiamenti, fra pace e guerra, dal 1910 al 1926, dei nobili Crawley, guidati da Robert conte di Grantham (Hugh Bonneville). La trama prende stavolta le mosse dall’annuncio di una visita a Downton Abbey di re Giorgio V (Simon Jones) con la consorte Mary (Geraldine James). L’evento sconvolge gli equilibri di casa Crawley, con il personale dei reali che prende il comando delle operazioni. Si profila inoltre uno scontro, per questioni di eredità, fra Violet e sua cugina, Lady Maud Bagshaw (Imelda Staunton) dama di compagnia della regina. Torna, temporaneamente, come maggiordomo Carson (Carter), che era andato in pensione, implorato da Lady Mary Talbot (Michelle Dockery).
Lasciato il lusso dei manieri inglesi ci si immerge in una storia proletaria di maternità surrogata con Sole, esordio al lungometraggio di Carlo Sironi presentato a Venezia-Orizzonti dove il film, girato nell'asfissiante formato 4:3, ha conquistato più di un premio. Ermanno (Claudio Segaluscio) passa il tempo fra slot machine e piccoli furti. La polacca Lena (Sandra Drzymalska) arriva incinta di 8 mesi in Italia per vendere il nascituro e iniziare una nuova vita. Lui deve fingere di essere il padre per permettere a suo zio e alla moglie, che non possono avere figli, di ottenere l’affidamento attraverso un’adozione fra parenti. In attesa della nascita, però, tra i due ragazzi nasce un legame inaspettato.
Claudio Santamaria è Willi, “il Modugno della Dalmazia” beniamino di balere e matrimoni balcanici, in Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores, fuori concorso a Venezia. Un titolo che riprende un verso di una canzone di Modugno (“Cosa sono le nuvole”) e una trama trasposta dal romanzo “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvuio Ervas. L’autismo del giovane protagonista, il 16enne Vincent (il bravo esordiente Giulio Pranno), è solo il punto di partenza del racconto di un rapporto che si costruisce tra un figlio e un padre, Vincent e Willi appunto. L’adolescente, immerso in un mondo tutto suo, vive a Trieste con la madre Elena (Valeria Golino) e il suo compagno Mario (Diego Abatantuono), che lo ha adottato. Willi, padre naturale del ragazzo che ha lasciato Elena incinta, una sera qualsiasi trova finalmente il coraggio di conoscere il figlio. Quando riparte, Vincent si infila nel suo furgone.
Per il pubblico giovane ecco il mélo tedesco Vicino all'orizzonte di Tim Trachte. La 18enne Jessica (Luna Wedler) si innamora, ricambiata, dell’affascinante Danny (Jannik Schümann), che sembra il ragazzo ideale ma nasconde un doloroso segreto. Jessica capisce che il futuro che sogna con lui forse non arriverà mai, ma è decisa a combattere per ogni secondo di felicità.
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