E l’Italia si impone per il trucco di Suicide Squad

28 Febbraio 2017

Bertolazzi e Gregoriani: dedichiamo questa vittoria agli immigrati come noi, i sogni non hanno frontiere

LOS ANGELES. «Ora è nella mia mano sinistra, con la destra reggo il telefono, non so quando lo poserò, penso che stanotte ci dormirò con il mio Oscar», Alessandro Bertolazzi fresco di statuetta per il make up di Suicide Squad scherza così al telefono, nella sua prima intervista dopo la vittoria. «Ero agitato prima e sono ancora più agitato adesso, anzi sono mescolato, sono tante sensazioni insieme». Che lui e il collega Giorgio Gregoriani avessero buone possibilità di vincere era nell'aria da tempo.

«Verso la fine della produzione di Suicide Squad i colleghi hanno incominciato a scherzare. «Vedrete che vincerete», ci dicevano, ma siamo italiani, siamo abituati ai complimenti, ce li fanno sempre, quindi non abbiamo voluto prendere troppo sul serio quelle voci». Poi però sono arrivate prima la candidatura e poi la vittoria «È una follia», gli fa eco il collega Giorgio Gregoriani, lui specializzano nelle acconciature della squadra di cattivi di Suicide Squad. Bertolazzi nel discorso sul palco ha voluto parlare d'immigrazione. «Dedico questo Oscar a tutti gli immigrati, i sogni non hanno frontiere, noi facciamo film, facciamo sogni che non hanno limiti, nei set cinematografici ci sono persone che lavorano e queste persone provengono da tutto il mondo, ecco perché mi sono sentito in dovere di fare questa dedica», ha detto dopo il premio. Poi ha parlato del processo di ricerca creativa che precede la realizzazione di un progetto di make-up. «L'ho sentito come un dovere, ci tenevo. Parlare di confini non ha logica soprattutto per noi che apparteniamo al mondo del cinema al mondo dell'arte. Non ci sono confini al cinema, non ci sono colori. Una troupe cinematografica è composta da gente proveniente da tutto il mondo. Noi siamo truccatori e siamo immigrati. Il mondo dell'arte non ha confini».

Gianfranco Rosi, il cui documentario Fuocoammare che parlava propio della situazione di Lampedusa, è stato battuto da OJ Simpson, an american story, già dalla vigilia non voleva sentir parlare di delusione e anche dopo la cerimonia si dichiara contento del percorso intrapreso: «Sono felicissimo di questo meraviglioso viaggio durato un anno. È stato davvero incredibile. Il film documentario ha finalmente assunto un valore universale».

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