Elio racconta Jannacci: «Un omaggio a Enzo e alla follia di Milano»

Il cantante (senza Le storie tese) il 10 febbraio a Pescara in “Ci vuole orecchio”, recital tra letture, canzoni e ricordi
PESCARA. Un omaggio a Enzo Jannacci, ma anche a quella Milano degli anni ’60 e ’70 un po’ guascona e un po’ triste, a metà tra il bizzarro e il malinconico, folle in senso buono. Farà tappa anche a Pescara Ci vuole orecchio, lo spettacolo nel quale Jannacci viene reinterpretato da Elio, all’anagrafe Stefano Belisari, noto al grande pubblico come volto del gruppo musicale Elio e le storie tese.
L’appuntamento è per il 10 febbraio al teatro Massimo, con la scenografia di Giorgio Gallione e i cinque musicisti che accompagnano Elio: Seby Burgio (pianoforte), Martino Malacrida (batteria), Pietro Martinelli (basso e contrabbasso), Sophia Tomelleri (sassofono) e Giulio Tullio (trombone).
Come nasce l’idea di questo omaggio?
Perché Jannacci è un cantante che seguo da quando sono nato. Era in classe con il mio papà, e anche se non l’ho mai davvero incontrato, se non in qualche occasione in cui ci siamo incrociati di sfuggita, lo ascolto da sempre ed è come se fosse di casa.
Più di altro cosa la colpiva di Jannacci?
Quel suo modo originale e diverso da altri di scrivere, cantare e fare tutto quello che ha fatto.
È stato anche una fonte di ispirazione artistica?
Non solo, lo è stato anche sotto l’aspetto umano. E come me ha ispirato tanti altri. Penso soprattutto a quella generazione di comici usciti dal Derby, storico locale di Milano: Cochi e Renato, Diego Abatantuomo o Massimo Boldi solo per citare i più famosi.
Il nome dello spettacolo è stato deciso subito oppure è stato in ballottaggio con altri tormentoni come ad esempio “Vengo anch’io, no tu no”?
Ho dato il primo impulso a Giorgio Gallione, autore della scenografia, mentre montavamo uno spettacolo di Giorgio Gaber, Il grigio. Gli ho detto: «Perché non facciamo qualcosa su Jannacci?». Lui ha tirato subito fuori il nome e a me è andato benissimo.
Cosa vedrà il pubblico?
Un insieme di canzoni selezionate. Tra l’una e l’altra ci sono anche pezzi letti e reinterpretati. Tracciamo una specie di cammino cronologico per raccontare Enzo Jannacci, un’impresa forse impossibile ma comunque un tentativo. Andiamo dagli esordi alle canzoni in collaborazione con Dario Fo, fino alle ultime composizioni che sono in prevalenza malinconiche e più profonde.
È uno spettacolo più per i fan di Elio o più per quelli di Jannacci?
È uno spettacolo per gente incuriosita. Gli appassionati di Jannacci sicuramente non restano delusi, visto che siamo alla trentesima replica e veniamo accolti sempre con entusiasmo. I più interessati alla fine sono però quelli che cercano cose nuove, e che magari non hanno mai ascoltato Jannacci e lo scoprono così. È uno dei motivi per cui valeva di più metterlo in scena.
Si può parlare di un omaggio non solo a Jannacci ma anche alla Milano di quegli anni?
Certo. Volevo proprio raccontare anche quella Milano lì, con degli aspetti che, a chi non ci abita, possono essere sconosciuti. Siamo la città efficiente e produttiva per eccellenza, il motore d’Italia. Ma Jannacci ne racconta anche bene la follia, una follia sana che a Milano ha un ruolo importante.
Lei si considera figlio di quella città?
Altroché! È anche per questo che mi piace cantare e far conoscere Jannacci fuori Milano. E dappertutto riscontro interesse, meraviglia: compresi tutti i posti del Centrosud dove siamo stati.
I prossimi progetti di Elio?
Con Ci vuole orecchio sarò in tournée per tutto il prossimo anno e faccio il giudice a Italia’s Got Talent. Poi aspettiamo di concretizzare un’idea del Trio Medusa. Come Elio e le storie tese avevamo programmato di fare un concerto a Bergamo per festeggiare la fine della pandemia, ma l’anno scorso, non essendo purtroppo finita, è saltato. Ci riproviamo ai primi di luglio, sperando che finalmente finisca: è un impegno che non vedo l’ora di onorare!
Quindi le Storie tese esistono ancora?
Ma sì! Abbiamo interrotto l’attività artistica nel senso che non facciamo più tournée, non componiamo e non registriamo dischi. E questa cosa ci ha fatto bene. Adesso ci incontriamo senza impegno e senza qualcuno che ci dica cosa abbiamo da fare. Ci vediamo semplicemente perché abbiamo voglia di farlo.