Emy: «E alla fine ho coronato il sogno di fare la giornalista»

19 Giugno 2015

Emy vive in Germania, a Esslingen. Le difficoltà a causa di una malattia rarissima causa della perdita della vista a 5 anni. Lei e la sua famiglia non si arrendono mai. Scuola materna, vita sociale,...

Emy vive in Germania, a Esslingen. Le difficoltà a causa di una malattia rarissima causa della perdita della vista a 5 anni. Lei e la sua famiglia non si arrendono mai. Scuola materna, vita sociale, scuola elementare, poi il rientro in Italia a Casalbordino, vicino a Vasto.

Come è stato il rientro in Italia insieme alla tua famiglia? Cosa hai lasciato in Germania?

«Sono nata e cresciuta in Germania. Il 29 luglio del 2004 siamo partiti lasciandoci alle spalle la nostra vecchia vita, fatta di amici di lunga data con cui avevamo trascorso momenti belli, lavoro e scuola, semplicemente tutto. Non è stato facile lasciare le persone con le quali sono cresciuta. Gli zii. Ho trascorso la mia infanzia con loro, i miei primi passi da bambina».

I tuoi primi anni in Italia?

«Rientrammo perché il nonno si era ammalato gravemente. Ho molti ricordi di lui. Gli piaceva vedere la famiglia riunita e raccontare dei suoi tempi. Comprava il Centro tutti i giorni e la prima pagina che leggeva era quella dei necrologi, non so perché. Ne approfitto per dedicargli questa mia piccola avventura giornalistica sul suo giornale preferito».

Un nonno importante che ha saputo interagire con te che non vedevi...

«Mi prendeva per mano e mi diceva: “Andiamo a prendere le uova?”. Poi sotto la vigna a raccogliere l'uva. Spesso il tragitto di ritorno verso casa me lo faceva fare comodamente in “carriola”. Non avevo mai vissuto così vicino la morte di una persona a cui si vuole bene. Ho cominciato a considerare la vita diversamente. Sono diventata più concreta, meno sognatrice».

La tua adolescenza piena di momenti che non hanno escluso nulla e che hanno “contagiato” altri...

«Ho ricordi belli, le cavalcate con mio zio, montavo un pony fulvo con le macchie bianche e la criniera bionda, Sasha. Prima di cavalcarlo, dovevo strigliarlo, pulirgli gli zoccoli e sellarlo. Cavalcare mi rilassava e mi faceva sentire libera. Il vento in faccia e fra i capelli, il contatto diretto col cavallo, la sincronizzazione dei miei movimenti con quelli dell'animale, sensazioni uniche e bellissime. Spesso anche sul lungomare a giocare con mia cugina e i pomeriggi interi trascorsi in spiaggia con mio fratello».

Come è stato in Italia l’inserimento a scuola, quali le differenze?

«Fino ad allora parlavo la lingua senza saperla leggere né scrivere. Per questo mi inserirono in seconda media, invece che in terza. Ricordo quanto sia stato pesante studiare cinque, sei ore al giorno per acquisire la terminologia e per imparare la grammatica italiana. C’era poi il francese, con accenti che rimarranno per me sempre un mistero».

Ti distingue un notevole spirito di adattamento in ogni situazione affrontata...

«Il mio spirito di adattamento mi ha aiutato ad integrarmi a scuola, a fare nuove amicizie, a familiarizzare con l'ambiente. Ho trovato una mentalità diversa. Quando si nasce e si cresce in un paese straniero, si assimila la mentalità del posto».

Le tue passioni cominciano a venire fuori, la lettura per esempio...

«E’ stato un vero e proprio bisogno. Ho letto tutti i libri disponibili per non vedenti ordinandoli alla biblioteca per ciechi di Monza, mentre cresceva il bisogno di sentirmi utile, di avere un impegno a cui dedicarmi».

Concludi le scuole superiori con il massimo dei voti, cosa accade poi?

«Dopo, il tempo è volato. Dalla terza media alla maturità è stato un attimo. Il tempo delle superiori è stato bello. I miei prof li ho adorati e con le mie compagne di classe andavo molto d'accordo. Si sono creati legami che durano ancora oggi. Sarò matta da legare, ma rifarei volentieri l'esame di maturità».

Cosa hai fatto dopo, per cercare qualcosa da fare?

«Ancora una volta, insieme a mia madre ho iniziato una nuova battaglia che sembrava contro i mulini a vento. Un tirocinio formativo che mi tenesse impegnata anche solo due ore a settimana, il mio obiettivo non è mai stato diventare presidente di un'azienda, un impegno mi sarebbe bastato. Ma niente. Sono seguite promesse, telefonate sfociate nel nulla».

Quali differenze tra la Germania dove hai vissuto e l’Italia in questo?

«Sono cresciuta in un Paese dove si va avanti per merito, dove le capacità vengono messe al primo posto, dove non importa se si è disabili, stranieri o quant'altro. La mia migliore amica, Melanie, sta studiando germanistica presso l'università per non vedenti di Marburg ed insegna nelle scuole, dopo un percorso che l'ha portata ad essere autosufficiente tanto da abitare con una compagna di studi. Quel paese, mi ha dato una speranza».

Mi hai detto delle proposte arrivate dalla Germania, di cosa si tratta?

«La mia vecchia scuola per non vedenti a Stoccarda mi ha offerto un corso di formazione con inserimento al lavoro. A 1200 chilometri da me. Troppo lontano, tra il dirlo e il farlo c'è l'abisso. Non potevo prendere e andarmene da sola o chiedere ai miei genitori di seguirmi lì».

In Italia, qui in Abruzzo, cosa hai trovato?

«Con l'Anffas di Vasto ho frequentato il corso di pittura nel progetto AbilitArte, con loro avevo già vinto un premio in terza media. Con il contributo del premio ho acquistato venticinque tavolette che utilizzo per tenere dei corsi Braille. Poi ho cominciato un corso di scrittura creativa organizzato dall'Università delle Tre età, che è dai sedici anni in poi».

«Un progetto curato da loro, scrivere le storie delle famiglie Anffas per il calendario 2016. Ho incontrato la docente che ha ascoltato con attenzione ponendo domande intelligenti, con tatto e sensibilità. A un certo punto, ha posto la domanda che aspettavo: “Cosa ti piace fare?”. Le ho risposto con un po' d'imbarazzo “mi piace scrivere” dicendole che avevo cinque manoscritti in un cassetto. Mi ha proposto di scrivere un articolo e io l'ho fatto. E’ stato pubblicato due settimane dopo da Zonalocale e altre testate on line del territorio. Da allora ha cominciato a seguirmi con una dedizione e un'allegria che poche volte ho incontrato».

Cos’è accaduto poi?

«Ho continuato a frequentare il corso di scrittura creativa dove ho trovato nuove amiche che mi hanno accolto e che insieme a Patrizia Angelozzi, il mio mentore instancabile hanno gioito per i miei successi. Seguono con attenzione la rubrica “Punti di S-Vista”, su www.zonalocale.it . Il 15 giugno durante l'assemblea dell'università delle Tre età, ho letto dal Braille il secondo articolo pubblicato da il Centro davanti a 200 persone, con grande emozione mia e di tutti».

Cosa cosa speri che accada adesso?

«Sono molto più fiduciosa perché ho trovato, oltre a mia madre, la campionessa delle guerrigliere, altre compagne di battaglia, pronte ad affiancarmi alle quali sarò per sempre grata. Mai avrei detto che un giorno sarei arrivata a scrivere per un giornale importante come questo o in una rubrica mia sul web. La scrittura, fino a poco tempo fa, era un modo per esternare i miei sentimenti, per dare libero sfogo alla mia fantasia, ma pensavo rimanesse solo un sogno».

Emy proseguirà nel suo sogno, grazie alla “rete” di addetti ai lavori e non che hanno scelto, ognuno con il proprio contributo di esserci.

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