Fabio e Mingo inviati nel mondo della finzione
La verità e il falso intrecciati nella storia della coppia licenziata da Striscia la notizia
di Giuliano Di Tanna
In un vecchio film di Wim Wenders, The Million Dollar Hotel c’è un personaggio, Dixie, che, da vent’ani, vive chiuso nell’albergo del titolo convinto di essere lui l’autore delle canzoni dei Beatles. Dixie è uno dei tanti disadattati che popolano i film del regista tedesco. Ma non è pazzo perché fonda la sua convinzione di essere lui il vero Lennon e il vero McCartney su un’idea del mondo che in tempi meno frivoli di questi si sarebbe definito metafisica. «E’ tutta una questione di credere», spiega Dixie a chi gli chiede conto della sua fissazione. «Se crediamo in qualcosa, allora questa è vera, no? E se abbastanza persone credono nella stessa cosa, allora questa è la realtà».
Fabio e Mingo forse non conoscono quel film che, quindici anni fa, inaugurava il millennio della realtà virtuale, ma farebbero bene a dargli un’occhiata. Sì, perché potrebbero trovare in Dixie un alleato nel tentativo di uscire dai guai in cui sono finiti da quando hanno ricevuto il benservito da Striscia la notizia, il programma televisivo di Canale 5 per il quale, da 19 anni, lavoravano come inviati a caccia di truffatori e falsari. La causa? Secondo i produttori dello show, i due attori-reporter pugliesi si sarebbero inventati di sana pianta due “casi”: quello di un falso avvocato e quello di una falsa maga sudamericana. A licenziarli è stato il Gabibbo in persona, il pupazzone simbolo del programma di Antonio Ricci, nonostante l’autodifesa dei due ex inviati: «Ci siamo sempre prodigati per rendere al meglio la nostra prestazione di attori nell'ambito dei servizi, prodotti esclusivamente nel rispetto delle precise indicazioni ricevute, assecondando, sempre, gli autori del programma nella scelta e nelle modalità di esecuzione dei servizi stessi».
Secondo Flaiano, la morte di un comico come Mario Riva poneva più questioni sull’immortalità dell’anima di quella di un grande scrittore come Thomas Mann. Questa di Fabio e Mingo è una di quelle storie che, involontariamente, ci aiuta a riflettere sulla natura ambigua della verità e su ciò che noi come telespettatori ci aspettiamo da programmi come Striscia la notizia. Cominciando da loro, Fabio e Mingo.
Quella dei due attori-inviati è, infatti, una falsa coppia. Perché a parlare è solo uno dei due, Mingo, il magro, mentre Fabio, il ciccione, si limita ad apparire nella stessa inquadratura con il suo partner, senza mai aprire bocca. Fabio è un testimone muto del racconto. Non sappiamo neppure se sia d’accordo con Mingo. La loro complicità è presunta, mai esplicitata. Ma il filo rosso del vero-falso non si ferma qui. I servizi della coppia pugliese sono inseriti in un falso telegiornale, Striscia la notizia, in cui i conduttori sono comici, non giornalisti. E a licenziare i due comici-inviati non è un essere umano vero ma il Gabibbo, un pupazzone dentro al quale si nasconde un uomo, un automa alla maniera del giocatore di scacchi di Poe.
Il contesto, insomma, in cui si muove il racconto dei due inviati è quello della finzione e del paradosso al quale non è estraneo anche il telespettatore. Chi guarda il programma, infatti, è pronto a credere alle sue storie, al di là del vero. Perché a interessarlo non è tanto l’autenticità notarile del racconto, quanto la sua verosimiglianza. La cosa principale che il telespettatore di Striscia chiede dai servizi-denuncia degli inviati è la loro capacità di suscitare indignazione, di aggiungere un’altra goccia al bicchiere colmo dell’insofferenza per la vita pubblica italiana.
Per una singolare coincidenza, il caso di Fabio e Mingo è scoppiato mentre il mondo celebra i centenario della nascita di Orson Welles. L’ultimo film del grande regista americano si intitola “F come Falso” ed è un saggio per immagini sulla natura ambigua della verità. «La realtà», dice Welles nel film, «è lo spazzolino da denti che ti aspetta a casa. È il tuo biglietto dell’autobus. Quella che noi ciarlatani di professione speriamo di spacciare è la verità, temo che la parola sia un po’ pomposa: è l’arte. Lo stesso Picasso disse che l'arte è la menzogna che ci fa capire la verità».
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