Ferrara: il mio Padre Pio è un Cristo, un eroe popolare

16 Luglio 2024

Il regista presenta al Taormina Festival il suo film che sarà in sala il 18 luglio

«Mi ha colpito il fatto che Padre Pio sia un secondo Cristo, un Cristo italiano. E poi è un Santo, un eroe popolare che spesso viene rappresentato come un Dio, ma allo stesso tempo è così contemporaneo. Abbiamo cominciato a fare ricerche entrando nel personaggio come avevamo già fatto con Pasolini. Così abbiamo letto i suoi libri, le sue bellissime lettere, siamo insomma entrati nella sua vita e colto tutto il suo grande carisma». Così Abel Ferrara racconta il suo Padre Pio, film già a Venezia alle Giornate degli Autori, oggi al 70° Taormina Film Festival e dal 18 luglio finalmente in sala con Rs.
Ed era inevitabile che il regista di Il cattivo tenente e della trilogia del peccato (e della redenzione), da sempre affascinato da chi vive ai margini, dagli underdog, facesse un film non solo sulla santità, ma su una santità difficile perché piena di ostacoli e sospetti come quella di Padre Pio. Un personaggio problematico, cupo quello del santo delle stigmate interpretato da un attore altrettanto problematico e in piena crisi mistica come Shia LaBeouf, che proprio grazie a questo ruolo si è convertito al cattolicesimo, lui cresciuto sia come ebreo dalla madre che come cristiano dal padre.
Siamo nel 1920, e in parallelo alla storia del Santo, Ferrara racconta anche i fatti sanguinosi e poco noti avvenuti a San Giovanni Rotondo nell’ottobre dello stesso anno, in cui ci furono le prime elezioni vinte dalla sinistra, ma in questo paesino dominato da preti e proprietari terrieri, la destra negò il risultato del voto e ci fu una strage, 13 persone, una sorta di anticipazione del fascismo a venire. E ancora sulla sua fascinazione per il Santo, ha detto il regista cresciuto nel Bronx, cattolico e ora passato al buddismo: «Mi ha sempre affascinato la sua umanità, la sua semplicità. Era un monaco, anzi se gli si chiedeva chi fosse diceva che era solo un semplice religioso anche scarsamente istruito, cosa non vera. Ho amato poi il suo travaglio interiore, battaglia che non gli ha impedito di portare avanti la sua missione, come costruire ospedali». Perché unire la storia di Padre Pio alle lotte sociali e all’eccidio di San Giovanni Rotondo? «Perché non puoi parlare dell’uno senza l’altro», sottolinea Ferrara. «Questo film è una sorta di documentario e si vede chiaramente l’inizio di quella che sarà la seconda guerra mondiale. Le stigmate vengono fuori nel momento in cui sta succedendo tutto questo. Un monito di quello che stava per accadere come la crisi finanziaria e l’olocausto». Il suo rapporto con la tentazione? «È una battaglia che dura tutta la vita» aveva detto a Venezia, «momento per momento. Il problema è avere la consapevolezza di fare la cosa giusta, di avere gli strumenti per scegliere». Da buddhista cosa si aspetta dal futuro? «Non so rispondere. Non siamo sulla Terra per soffrire, ma quello che vedo in giro è tanta sofferenza». Il film è dedicato alle vittime dell’eccidio narrato, ma anche al popolo ucraino: dopo averlo completato Ferrara è partito per Kiev e ha realizzato il documentario Turn in the Wound, presentato alla Berlinale. Una curiosità sulla conversione del turbolento Shia LaBoeuf che ora vuole diventare diacono. L’attore era da tempo attratto dal cattolicesimo mentre affrontava l’alcolismo e una causa intentata dall’ex fidanzata FKA Twigs per abusi ( processo il 14 ottobre) e si è davvero convertito dopo aver girato Padre Pio nel 2021 e sembra che Mel Gibson lo abbia introdotto alla Messa in latino e al Libro dei Maccabei.