«Fotografando la città ho visto il “bello” dove il “bello” non c’è»

23 Settembre 2020

“Teramo. Frammenti urbani”, racconto per immagini di Armando Di Antonio: «Il bianco e nero va all’essenza»

TERAMO. La città antica e la città moderna, i resti dell’Interamnia Urbs e l’architettura brutalista, l’inseguirsi di segni e stratificazioni in una città infine approdata disordinatamente alla modernità, spesso cancellando eredità storiche nel nome di un malinteso senso del progresso.
Il passato e il presente dialogano nel bel racconto per immagini del fotografo teramano Armando Di Antonio “Teramo. Frammenti urbani”, pubblicato dalla casa editrice Ricer-che&Redazioni di Giacinto Damiani e Barbara Marramà, in collaborazione con l’associazione culturale Art &. (120 pagine, 35 €). La prefazione è di Gabriele D’Autilia, docente di Fotografia nella facoltà teramana di Scienze della comunicazione.
Sono 116 le pregevoli fotografie in un pastoso ed espressivo bianco e nero scelte dall’autore per il volume, realizzate nell’arco di quattro anni, tra inizio 2016 e il 2020, a eccezione di due scatti di epoca precedente. Storico fotoreporter, Armando Di Antonio coltiva con sensibilità unita a sapienza tecnica il parallelo impegno nella fotografia di ricerca. Ha all’attivo molte mostre (personali e collettive) e pubblicazioni, e può vantare nel percorso creativo un momento di arricchimento come l’incontro con Mario Giacomelli (1925-2000), maestro della fotografia contemporanea, che a inizio anni Novanta condivise il libro e la mostra “Metafore dell’assenza” col Gruppo Stimmung, formato da Di Antonio coi colleghi Paolo Dell’Elce, Attilio Gavini, Dino Viani, e la poeta e storica dell’arte Rita Ciprelli, morta nel 1997.
Di Antonio, lei ha ritratto una città vuota della presenza umana, a parte in campo lunghissimo due passanti frettolosi sotto la pioggia.
La figura umana è assente perché mi interessava l’Urbs, la sua trasformazione architettonica e urbanistica. Una mia esigenza cresciuta negli anni quasi inconsciamente. Ai miei occhi l’evoluzione della città è avvenuta in modo disarmonico, senza continuità, senza un dialogo tra le forme del passato e quelle del presente. Ho posto in relazione gli elementi antichi e quelli attuali, non in modo sistematico e razionale ma istintivamente, seguendo la mia sensibilità. Mi sono messo nei panni di un ipotetico viaggiatore che arrivi a Teramo e giri per la città. È uno sguardo melanconico. Su Teramo ho sentimenti contrastanti, come tutti i teramani. Da un lato l’ami, ci sei nato, lavori qui, dall’altro ti arrabbi. Non sono state conservate opere belle, si è costruito male, il vecchio e il nuovo non convivono bene. Ho fotografato cose che mi piacevano ma anche cose che non mi piacevano. Però alla fine anche le cose brutte una volta trasformate in immagini hanno assunto una loro dignità, sembrandomi belle. Ha avuto il sopravvento il mio legame con la città e ho visto il “bello” dove il “bello” non c’è.
Perché il bianco e nero?
Vedo in bianco e nero. Soprattutto in architettura il bianco e nero serve per evidenziare le forme, va all’essenza senza influenzare la forma. Spesso il colore inganna. A me interessano le forme, la struttura.
In quali ore del giorno, con quale luce, ha scattato le foto?
Alcune di notte, altre in vari orari. Sono tornato più volte, in ore diverse, nei vari posti per poter trovare esattamente la luce che volevo. La foto che mi ha fatto penare di più è quella in copertina (con la controversa tettoia metallica specchiante di largo San Matteo, davanti la prefettura, ndc). L’ho scattata il 14 agosto alle 13.30, cercavo quella luce forte, dura, la luce peggiore per i fotografi. Mi interessavano proprio i riflessi dati da quella luce, con quell’effetto quasi marino di ombre.
Trent’anni fa l’incontro con Giacomelli. Che insegnamenti le ha dato?
Mi ha dato tantissimo. Siamo diventati amici. Ha cambiato il mio modo di guardare. Me ne sono reso conto dopo. Per Mario si doveva interpretare la realtà, non semplicemente guardarla. Anche per Rita (Ciprelli ndc), artefice dell’incontro del Gruppo Stimmung con Giacomelli nel progetto “Metafore dell’assenza”, la foto doveva andare oltre la realtà, stimolare l’immaginazione e non fermarsi a quello che vedi.