“Fubbàll”, Rapino e il calcio come era in 11 ritratti dal vivo

29 Novembre 2023

Dal portiere all’allenatore seguendo il numero di maglia nelle nuove storie dell’autore lancianese Campiello 2020

LANCIANO. Mentre indifferente a tutto procede questo campionato di calcio, con le società in deficit e i giocatori sempre più milionari, a dare un pessimo spettacolo dello sport, vale davvero la pena leggere “Fubbàl” (Minimum fax, pp. 150, 16€) di Remo Rapino, autore lancianese vincitore del Campiello nel 2020 con “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, libretto dedicato a quando i numeri sulle maglie andavano dall’1, il portiere, all’11 l’attaccante e per il fubbàl a contare era soprattutto la passione, che di soldi ne giravano pochi, e in provincia ancora meno.
I 12 personaggi, a ognuno dei quali è dedicato un capitolo, da Milo il portiere a Oliviero l’allenatore, sono un po’ tutti parenti di Bonfiglio Liborio come del Mengo delle “Cronache delle terre di Scarciafratta” di Rapino, sono ovvero vite ai margini, confinate nei campetti di provincia e con storie e sogni originali, caratteri eccentrici, ma non per questo meno umane e vere, meno ricche di sentimenti e avventure che, tutte assieme, restituiscono un affresco del calcio e dell’Italia di quei tempi, di quando l’autore, classe 1951, era giovane. Ecco allora Milo, di famiglia socialista che, per far di più, decide di essere comunista, fino a una mattina in cui si sveglia arruffato e «con una faccia così, da sottotetto di Parigi» dicendosi che «pure comunista era poca cosa, allora diventai anarchico e basta» col fatto poi che «il portiere è indifeso, solo nello spazio e nel tempo. Così mi sembrava che quel ruolo fosse la scelta più coerente con quella dell’anarchia». Ma non basta, decide anche che avrebbe giocato «solo con squadre dalle maglie rossonere, rosso e nero come la bandiera dell’anarchia», girando tutta la penisola e finendo anche a Nizza, dove dice che gli piaceva perdersi «tra le sale del museo Matisse». Non c’è, in questa squadra, solo Giuseppe, figlio di immigrati merdionali arrivato in una grande città del nord, mediano la cui vita è stata sempre una corsa a perdifiato, dal prendere l’autobus per la scuola, dove i figli di papà avevano sempre 8 e 9 e così «affanculo maestri e professori», all’essere generosi in campo «perché tu sei quello che corre e recupera». C’è pure il libero siciliano, figlio di un fornaio, detto Treccani perché legge Sartre, Camus e frequenta biblioteche e librerie, sorridendo tra sé per «quanti credono che chi gioca a calcio abbia orizzonti limitati», sino a quando da anziano si rammarica di essere «finito così, a scrivere e leggere stupidate: triste solitario finale».
Tre parole per citare il titolo del capolavoro dell’argentino Osvaldo Soriano anche autore di celebri “Storie di calcio”, una cui frase («Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce») è una delle citazioni che aprono ogni capitolo, andando da Galeano a Hikmet, da Borges a Bob Marley, arrivando all’allenatore dell’Argentina Carlos Bilardo con la sua affermazione: «Io i giocatori li metto bene in campo, il problema è che loro poi si muovono». Tutto quindi alludendo a episodi o partite celebri, facendo riferimento a nomi di campioni, al mondo reale cui alla fine anche i suoi personaggi finiscono per appartenere, ritrovandosi magari a fare il partigiano in montagna nella Brigata Majella e a rubare armi alla milizia fascista come Oliviero che, dopo la Liberazione, diverrà allenatore. Una galleria in cui troviamo chi si lamenta «di non essere mai stato espulso» e chi invece è un vero «scuoiatore di caviglie», tutti che si raccontano a fine carriera, dando vita a una lettura alla scoperta di tanti particolari e sorprese sorretta da una scrittura di bel ritmo, sentimentale senza retorica e con una nota più malinconica che nostalgica che ci coinvolge in quel mondo, di cui non sarà possibile dimenticarsi tornando in uno stadio o davanti a una partita di oggi in tv.