Fumo, il bancario che con il jazz ha portato miti planetari a Pescara

Ottantenne di origini teramane, il patron del Festival più famoso d’Europa oggi esporta nel mondo musicisti abruzzesi cresciuti all’ombra della rassegna. «Con Ella ho pianto, Bennett ragazzo speciale»
Pescara in Italia e nel mondo fino a non molti anni fa era conosciuta come la città di d’Annunzio o come la città del jazz. Il Vate “sciupafemmine” ha fatto tutto da solo quanto a notorietà, trasmettendone un po’ al luogo natio non scelto e tutto sommato frequentato poco. Per il jazz la storia è diversa. L’accostamento inscindibile Pescara-tempio del jazz a livello planetario è stato invece voluto, creato, coltivato nella qualità per decenni e ha una firma chiara, quella di Lucio Fumo.
Da tre anni presidente nazionale del Cidim - Comitato italiano musica (riconosciuto e finanziato da Ministero), l’ex bancario amico dei miti della musica oggi “esporta” dall’Abruzzo i talenti del jazz e li fa conoscere sui palcoscenici da Madrid a Istanbul, dal Nord Europa fino negli States. E quei talenti probabilmente devono a lui, lucidissimo e appassionato ottantenne di origine teramana, l’aver intrapreso la strada tortuosa del jazz. Lo devono a quelle estati passate ad aspettare ore che dal parco Le Naiadi o tra le mura del teatro Massimo e poi sull’arena del d’Annunzio vibrassero note e voci di calibri come Keith Jarrett, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Natalie Cole, Pat Metheny, Bob Dylan.... Il Festival Pescara Jazz nasce nel 1969, quattro anni prima di Umbria jazz, e da allora ha formato più di una generazione di appassionato pubblico e musicisti raffinati pronti a spiccare il volo.
L’Abruzzo del jazz è vitale ?
Assolutamente. Ho introdotto al Cidim, che si occupava solo di musica classica, anche il jazz con concerti in Vaticano e in tutte le capitali europee, fino in Perù e in Colombia e Tokyo. E andremo presto negli Usa. Ho portato i nostri migliori musicisti, penso a Tony Pancella, Bepi D’Amato, Claudio Filippini, Max Jonata, Mauro De Federicis, Maurizio Rolli, Pierpaolo Pecoriello.
Come nasce il suo amore per il jazz?
Sono cresciuto a Teramo, dove i miei avevano un caffè in centro frequentatissimo. E stavo sempre con tre cugine che studiavano musica, cantavano e suonavano tutto il giorno. Ero il piccolo di casa, coccolato e educato a romanze e lirica. E amavo ballare. Così, in 2ª o 3ª media, quando sono venuto a Pescara, comprai da Verrocchio un 78 giri di Woody Herman e la sua orchestra, Il Ballo del taglialegna. Mi piacque molto. Così 5 o 6 mesi dopo comprai tutti i dischi dell’orchestra di Herman, registrazioni di concerti alla Carnegie Hall del ’46, anche un brano scritto per loro da Stravinsky. Un programma un po’ impegnativo per un ragazzino: li misi da parte. Diventarono i miei dischi preferiti quando capii tante cose.
E la passione era sbocciata...
Sì. Cominciai e girare per concerti con Vittorio Centola e Luciano Delfino Spiga. Andavamo a Milano, Bergamo, poi Nizza. Presi a conoscere impresari, organizzatori di festival. Ero uno studente timido, ma la passione era più forte. Nel ’63 organizzammo un concerto da Guerino con Gato Barbieri. Anni dopo scriverà la colonna sonora di Ultimo Tango a Parigi, allora era giovane, veniva dall’Argentina con il suo gruppo. Un successo. Fondammo il circolo Amici della musica con Giuseppe Ricci, Aligi D’Epifanio, altro bancario. Sì perché io ero entrato in banca dopo l’università a Roma, Scienze politiche, e mesi in Inghilterra e in Francia per perfezionare le lingue.
Cosa proponevano gli Amici della musica?
Noi in realtà volevamo fare solo jazz, ma per darci un tono facevamo anche classica. Con concerti al Diana di Montesilvano. A Pescara non c’era niente di musica e teatro. Si misero insieme Edoardo Tiboni, Mario De Vincentiis, Luigi Barbara e altri appassionati di teatro e a metà stagione decidemmo la fusione e nacque la Società del teatro e della Musica “Luigi Barbara”. Siamo nel 1967. Presidente era Ennio Flaiano, che portò come direttore artistico del teatro Maurizio Scaparro. Inaugurazione con Venexiana diretta da Scaparro e primo concerto jazz con Oscar Peterson e Coleman Hawkins.
Come nacque l’idea del Pescara Jazz?
Con la Società nel ’68 inserimmo in cartellone Duke Ellington al Massimo: 1600 posti a sedere coperti più e 4- 500 in piedi. Un successo strepitoso, La mattina dopo Diego De Sisto, presidente Azienda di Soggiorno, mi telefonò: vieni qui che ho una proposta. Andai. Mi disse: dobbiamo far un festival jazz a Pescara. Sei matto, risposi. E lui: io metto i soldi e lo facciamo alle Naiadi, tu pensi agli artisti. Volai a Bologna, Volevo a tutti i costi catturare Bill Evans. C’era un servizio d’ordine spaventoso, ero timido ma determinato. In giacca e cravatta con una 24ore in mano entrai sparato, “buonasera”: nessuno osò fermarmi. E Evans fu il primo a suonare nella prima edizione del Pescara jazz, luglio 1969.
Subito un successo?
Allora non c’erano 100 festival come ora, eravamo unici e veniva gente dalla Sicilia al Trentino. Tanto che Adriano Mazzoletti della Rai, venne a presentare e trasmetteva tutti i concerti in radio.
L’incontro più emozionante nella lunga storia del festival?
Pietra miliare il concerto di Ella Fitzgerald nel ’70. Pioveva e dovemmo trasferire la serata dalle Naiadi al Massimo, che però non poteva interrompere la programmazione cinematografica. C’era una marea di gente, il concerto sarebbe cominciato a mezzanotte. Io andai a prendere Lady Ella, che era all’Esplanade con l’impresario Norman Granz. Lei non ci vedeva quasi più, lo capii da come entrò in macchina, sedendosi accanto a me. Mi diede la mano e mi disse: si tratta di un concerto singolo? No è un festival, dissi io. E lei: allora ti andrebbe bene se canto Body and Soul? Mi vennero le lacrime: chiedeva a me... Al Massimo c’erano 2000 persone, faceva caldo, fu indescrivibile, cantò per 1 ora e 10, tutti urlavano, il manager entrò per fermarla. Avrebbe cantato ancora. La mattina dopo ripartì e alla radio sentii che era stata ricoverata a Nizza, era cieca. Un colpo al cuore.
Ancora un ricordo...
Nel ’73 facemmo una serata inimmaginabile oggi: c’erano Miles Davis (un patreterno, aveva iniziato il jazz elettrico) e Keith Jarrett da solo. Oggi costerebbe mezzo milione, ma comunque mai nessuno ha pensato di mettere due calibri così insieme: ci ritrovammo 4000 persone, capienza di 2000, e Pescara invasa da centinaia di ragazzi da ogni dove, che scendevano alla stazione e venivano a comprare i biglietti, facemmo riaprire la Siae per la vendita. Il pubblico era ovunque: su marciapiedi, sulle aiuole delle Naiadi. Uscirono articoli sulle riviste specializzate e anche su Oggi, Gente, l’Espresso. Pescara era una piccola Woodstock.
Quasi mezzo secolo di Festival. Quali i concerti che ha preferito?
Quello che mi ha più colpito c’è stato 7 o 8 anni: Tony Bennet. In conferenza stampa mi chiesero un sogno: ne ho 2, dissi, 1 non lo dico, l’altro era portare qui Tony Bennett, un gigante che in Europa è schiacciato. Impagabile vedere questo 75enne ragazzino in giacca bianca, con orchestra schierata dietro. Ne avevo una venerazione. Nel pomeriggio lo andai a prendere per le prove. Era con la moglie, io mi ero portato il librone su Pescara jazz. Glielo mostrai e loro, mentre lo sfogliavano: guarda c’è Duke! Ehi ma è Ella... Questo è Miles! Gli dissi di tenerlo. E la moglie: è pesante, buttiamo via un po’ di vestiti e ce lo portiamo a casa.
Oggi si emoziona ancora?
Se ho continuato fino allo scorso anno è solo perché quando comincia la musica ho ancora i brividi. Altrimenti con la situazione attuale, economica e di scarso interesse istituzionale, avrei smesso prima.
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