Gabriele Di Falco, il Gran Sasso nel cuore e in un libro con i percorsi sui due Corni

Uscito in libreria il volume con le più belle escursioni sulla cima più alta d’Abruzzo da fare in inverno
PESCARA. Cinquant’anni di montagna e un paio di sogni grandi: scalare tutte le cime sopra i duemila metri dell’Appennino e scrivere un libro sulla sua passione per le montagne. Gabriele Di Falco, classe 1957, questi due sogni è riuscito a realizzarli entrambi. Il primo toccando le vette più alte della catena appenninica, 261 tra Toscana, Emilia, Abruzzo, Calabria e Campania, conquistando il titolo di “Grandissimo appenninista” certificato Club 2000. Il secondo pubblicando il bel volume Gran Sasso. Alpinismo invernale in Corno Grande e Corno Piccolo, in cui svela i segreti del Gran Sasso nella sua veste invernale, tra storia, natura e amore per la montagna. Un libro, uscito per i tipi di Idea Montagna, collana Rock&Ice, che si rivela guida utile e interessante per gli appassionati delle vette, arricchita con le suggestive foto scattate durante escursioni e arrampicate sulla più alta cima abruzzese. Diciassette gli itinerari, tutte vie classiche: dodici sul Corno Grande e cinque sul Corno Piccolo.
Di Falco, parlando del libro, si schermisce sotto un naturale velo di “understatement”, tanto da far sembrare ordinarie imprese che forse hanno un che di straordinario. Nel 2003, un serio incidente in parete l’ha lasciato con un’invalidità del 50%, nonostante la quale continua ad affrontare cime e pendii. Con la montagna, del resto, è stato amore a prima vista: a 11 anni già indossava gli scarponcini per salire sulle pendici intorno a Loreto Aprutino, dove è cresciuto, con il padre, alpino durante la Seconda Guerra Mondiale. Frequentare la montagna non era cosa da tutti, tra gli anni Sessanta e Settanta. «A Loreto mi prendevano per matto», scherza Gabriele, «un pazzo che faceva cose pericolose». Per arrivare ai piedi dei monti, a quei tempi, si prendeva l’autobus e anche l’abbigliamento, la tecnologia, non erano quelle di oggi. «Una differenza abissale», spiega, «portavamo maglie e camicie di lana, come negli anni Trenta». E per orientarsi, altro che Gps: bussola e carte. «Le previsioni meteo erano imprecise», ricorda l’appenninista-scrittore. «Oggi è tutto abbastanza matematico, l’abbigliamento ultraleggero, ultraresistente, ci si può divertire. Ma l’attrezzatura è un di più, in montagna bisogna saperci andare. Io sono un autodidatta, ma ho sempre cercato di salire insieme a persone più esperte di me, è così che si impara». La prima volta sul Monte Bianco aveva 21 anni. «Era l’8 agosto e su quella montagna eravamo appena in sei», racconta. «Oggi, se ci vai in agosto si contano fino a trecento persone». Anche in Abruzzo era così, «a volte si incontrava qualcuno, più spesso nessuno», dice Di Falco. Una montagna più raccolta, più meditativa. «La montagna è un fatto ambientale. Bisogna amarla, starci bene, entrarci in sintonia. Non è facile muoversi in un ambiente così ampio e maestoso. Un ambiente che va rispettato. Adesso», prosegue lo scrittore, «vado in mezzo alla settimana, quando c’è meno gente. Poi a me piacciono le salite invernali, è tutto un altro sport. Mi piacciono le valutazioni e il ragionamento che c’è dietro. Il silenzio e la solitudine, anche se non vado mai solo. Calpestando la neve si fatica il doppio, c’è la fatica del passo».
Il recente boom delle escursioni in montagna a volte causano incidenti: quest’anno ce ne sono stati diversi. «Oggi molta gente si avventura», ragiona Di Falco, «la montagna invita alla sfida, invita a superare i propri limiti. A volte anche i più esperti si mettono in pericolo, magari cambia il tempo. E si sottovaluta la forza di gravità, se si scivola da un sentiero si acquista velocità in un attimo. Agli inesperti consiglio sempre di affidarsi ai professionisti per evitare incidenti». E un incidente in montagna, grave, l’ha avuto anche Di Falco. Proprio da questo avvenimento nasce l’eccezionalità delle sue imprese.
«È stata una casualità. A 45 anni ho avuto un infarto mentre salivo sul Corno Grande, per la via Sucai della parete est. Un giramento di testa, uno sbandamento che mi ha fatto precipitare giù per venti metri. Sei piani di casa. Potevo morire». Recuperato dall’elicottero del soccorso alpino con entrambe le caviglie fracassate, Gabriele ha smesso di arrampicarsi per due anni. Poi non ce l’ha fatta più a restare lontano. «Ho ricominciato prima a fare escursioni, poi ho ripreso con l’alpinismo. Certo con le caviglie rotte, il 50% di invalidità e il cuore un po’ ballerino non posso andare in alta quota. Ma va bene così». Talmente bene, che oltre a tutti i duemila degli Appennini, Di Falco ha voluto affrontare, sul Gran Sasso, la salita di tutte le vie delle pareti del Corno Grande e del Corno Piccolo. Questo libro è stato come raccogliere insieme tutte le esperienze vissute sulla più grande montagna d’Abruzzo. «L’ho scritto», confessa Gabriele, «perché sono nato sul Gran Sasso, lo sento un po’ come un padre: è un moto di riconoscenza verso questa meravigliosa montagna». Il libro sta andando bene, è venduto anche all’estero. «Sono contento perché è un traino anche per l’Abruzzo. Non c’era in commercio un volume così sul Gran Sasso: ci sono le vie classiche da fare d’inverno sul Corno Grande e sul Corno Piccolo. Anche il neofita può provarle».
Il prossimo sogno da realizzare? «Continuare ad andare in montagna fino a quando posso. Continuo ad arrampicarmi, senza esagerare, e non voglio fermarmi. È che amo quell’ambiente, anche il panorama più semplice. Faccio foto, osservo. Esco fuori dalla routine giornaliera, dalla fila alle Poste, dal caos del traffico. Mi piace sentire il vento che fischia la in alto. Non mi pongo limiti, quando non ce la farò più andrò a Mamma Rosa a guardare le cime».