Gli anni Sessanta delle icone pop in mostra a Milano

4 Marzo 2015

Le foto di David Bailey e Jim Marshall raccontano un’epoca abitata da stelle del rock e dell’arte

di Giuliano Di Tanna

Gli anni Sessanta: se c’eri non te li ricordi. Chi c’era ripete questo adagio per dare un’idea dello sregolamento dei sensi e della ragione che è l’anima di quel decennio. Fra quelli che c’erano (e quegli anni li ricordano) ci sono due fotografi le cui opere si possono ammirare in due mostre che, per un bizzarro caso, si sono aperte, in questi giorni, in contemporanea a Milano (si legga il box a fianco).

I testimoni dei dieci anni che sconvolsero il Novecento sono David Bailey, inglese. 77 anni, e Jim Marshall, americano, morto nel 2010 all’età di 64 anni. Fotografo dandy e principe della Swinging London, Bailey è il modello al quale si ispirò Michelangelo Antonioni per il protagonista di “Blow Up”, il suo film del 1966 che anticipava di qualche decennio l’idea – diventata oggi senso comune – della realtà come falsità e rappresentazione. Marshall, hippy non pentito di Chicago, ha seguito, passo passo (in studio di registrazione e soprattutto in tournée) le stelle del rock fra la metà degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, l’epoca d’oro di quella musica. Paradossalmente è il bianco e nero il linguaggio scelto da tutti e due per raccontare l’epoca più colorata e psichedelica della storia dell’Occidente. Bailey prediligeva (e continua a preferire) il ritratto frontale, con il soggetto in posa che guarda in macchina, in un rapporto quasi erotico con chi scatta la foto. Marshall, invece, era come un rabdomante alla ricerca dell’attimo fuggente in cui catturare l’anima del personaggio scelto e pedinato con l’ossessività di uno stalker.

Davanti all’obiettivo di Bailey sfilano le icone del tempo, da modelle come Jean Shrimpton e Penelope Tree, ad attrici come Catherine Deneuve (che è stata anche sua moglie), a scrittori come Truman Capote e Norman Mailer, a rockstar come Mick Jagger.

Sono gli aristocratici della cultura pop e della società di massa che lui osserva con l’impassibilità di un Bronzino, scorgendo in loro un’eccentricità spirituale che li accomuna in maniera implicita ai freak (veri) di un’altra grande fotografa di quegli anni, Diane Arbus. Il trauma fisico o psicologico che, agli occhi della fotografa newyorkese, trasformava i freak in aristocratici da venerare, in questi soggetti, a ben vedere, ha un nome preciso: si chiama fama. Le foto di Bailey, infatti, possono essere lette anche come un reportage su un’umanità ferita e trasformata per sempre dal successo e dal lusso.

Al centro dell’interesse (e dello sguardo) di Marshall ci sono, invece, la musica e i musicisti visti come semidei ai quali tutto è permesso. Ecco, quindi, le foto di un Miles Davis sfrontato, seduto nell’angolo di un ring deserto, come un pugile pronto a prendere a pugni il mondo; oppure Mick Jagger e Keith Richards nei camerini dell’interminabile tour americano dei Rolling Stones, nell’estate del 1972, teatro di ogni deboscia, raccontato in “Cocksucker Blues”, il film mai pubblicato ufficialmente di una altro grande fotografo, Robert Frank; oppure, ancora, i Beatles che si dirigono, come un commando militare armato solo di chitarre, verso il palco del loro ultimo concerto, al centro del Candlestick Park di San Francisco, il 29 agosto 1966.

Walter Benjamin diceva, in un famoso saggio, che la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte toglieva a essa l’aura che l’aveva sempre circonfusa. E’ strano, invece, come le fotografie di Bailey e Marshall conservino quella traccia di autenticità e irripetibilità, come se fossero ritratti rinascimentali. Un’autentictà e un’irripetibiità che acquista una risonanza significativa proprio in tempi come quelli attuali in cui la diffusione di massa degli strumenti per scattare fotografie e girare video sembra aver convalidato la profezia del filosofo berlinese.

L’aura che scorgiamo nelle immagini che Bailey e Marshall ci inviano da un passato ogni giorno più remoto è quella della bellezza della singolarità, cercata e custodita come il più dolce e prezioso dei segreti.

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