“Grotesk! Ridere rende liberi” Maccallini nel Kabarett berlinese

AVEZZANO. Torna a casa l’attore avezzanese Bruno Maccallini. Questa sera torna in scena al Teatro dei Marsi in “Grotesk! Ridere rende liberi”, un one man show c he lo vede protagonista e autore...
AVEZZANO. Torna a casa l’attore avezzanese Bruno Maccallini. Questa sera torna in scena al Teatro dei Marsi in “Grotesk! Ridere rende liberi”, un one man show c he lo vede protagonista e autore insieme ad Antonella Ottai.
Lei aveva scritto, infatti, il romanzo “Ridere rende liberi. Comici nei campi nazisti” (Quodlibet 2016) che Maccallini ha desiderato, fin dall’inizio, mettere in scena. In “Grotesk” tutto è molto originale, a cominciare dalla messa in scena. Le quinte sono pannelli su cui vengono proiettate immagini che ricordano quelle dei cinegiornali. Si crea un’accattivante commistione di cinema e teatro. In sottofondo la voce narrante di Franca D’Amato racconta, con le parole di Ottani, la storia del Kabarett berlinese. Ma gli schermi sono anche delle quinte, da dove arriva la musica. Ed ecco Berlino alla fine degli anni Venti: la metropoli del futuro. Dalle immagini che raccontano la sua prorompente vitalità, in scena si riversa, come per magia, un personaggio in carne e ossa: Grotesk. Un mood, un timbro, un carattere e molte scene disseminate nella Berlino di Weimar; un conférencier irriverente e mordace, un provocatore irresistibile, un’eccellenza della risata, dello sberleffo, del ghigno satirico. Il suo personaggio dà figura all’humour agro che aveva contribuito a fare del Kabarett berlinese uno spazio di libertà e di critica sociale. Maccallini è un artista, un po’ mago, un po’ prestigiatore, o forse, più che un personaggio, è solo una parte in commedia; magari un imbroglione, un mestatore che dispensa storie scaturite dagli autori più graffianti dell’epoca weimariana: aggredisce il pubblico con le contestazioni radicali di Walther Mehring, lo spiazza attraverso i paradossi del grande Kurt Tucholsky, lo blandisce al suono delle musiche di Kurt Weill e Friedrich Holländer.
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