Guccini. L’ultimo dei ribelli se ne va senza eredi

Con lui si estingue la generazione dei cantautori anticonformisti
Quale fosse la sua visione della vita e della società, non è mai stato un mistero. Ma se anche il mondo ex missino, Giorgia Meloni in primis, ha avuto in Francesco Guccini uno dei suoi principali riferimenti culturali, è perché c’era qualcosa, in quell’omaccione dai tratti gentili e malinconici, dichiaratamente di sinistra ma mai piegato dalle logiche di partito, in grado di rappresentare il double-face della sua generazione, così contrapposta tra il rosso e il nero delle gabbie dell’ideologia che lui detestava, ma anche unita dall’insofferenza alle etichette. E, sarà un caso, ma ora che quelle idee non ci sono più, che del fatto che «Dio è morto» ce ne siamo fatti una ragione da un pezzo, non ci sono più nemmeno i Guccini.
Con l’addio del Maestrone, infatti, se ne va l’ultimo, rustico e più autentico cantore dell’umanità. Si è spento a 86 anni, circondato dai propri cari (la compagna di vita Raffaella lo ha seguito fino all’ultimo), nella sua casa di Pàvana, dove gli Appennini toscani diventano emiliani. Il mulino dei nonni, il laghetto dei primi bagni, dei primi baci, dei primi amori cresciuti sotto l’ombra delle montagne: da quando l’eloquio era diventato una fatica, per lui che alla vita ha dato la forma delle parole, Guccini aveva scelto di ritirarsi tra i ricordi della sua infanzia. Forse perché è in quelle immagini che ancora riposava l’innocenza del suo eskimo, la «coscienza immacolata», rimpianta nelle sue canzoni ma mai veramente perduta. Almeno da lui.
Ma il Maestrone non è stato solo un figlio dell’anarchia partigiana della montagna. Era anche un intellettuale di città. Senza laurea e senza essere di estrazione borghese. Nato a Modena il 16 giugno 1940, il papà Ferruccio, internato nei lager per essersi negato alla Repubblica di Salò, di mestiere faceva il postino; la madre Ester, casalinga. Un figlio del popolo, insomma, lettore attento e con l’orecchio proteso verso l’oltreoceano. Su tutti, Bob Dylan. La scrittura sempre al centro della sua vita: dopo le prime esperienze come cronista alla Gazzetta di Modena, tenta la strada della musica. Poco tempo dopo scrive “Dio è morto”, che diventa subito un inno della contestazione giovanile.
Da qui inizia la storia di una generazione di cantautori italiani. In Emilia Guccini cresce insieme a Dalla (da cui si allontanerà dopo la sua deviazione verso il pop); fuori dai confini regionali insieme a Faber, a Gaber; poco dopo li raggiungono i romani Venditti e De Gregori.
Guccini si prende il successo nel 1972 con l’album “Radici”: è la “casa” di “La locomotiva”, in cui racconta di un anarchico che si getta contro un treno in corsa (fatto realmente accaduto), di “Incontro” e del “Il vecchio e il bambino”. Già allora la morsa delle ideologie comincia a tirarlo per la giacca. Quando canta “La locomotiva” ai concerti alzano il pugno chiuso, ma quella era una canzone «romantica, non rivoluzionaria», spiegava sempre. Una vita a dribblare le etichette, e a schierarsi dalla parte degli ultimi. Senza mai accettare i compromessi del conformismo.
L’insofferenza all’ingabbiamento ideologico e il peso delle aspettative si fondono nel pezzo che lo consacra: “L’avvelenata”. Anni dopo, dirà che questo pezzo è tra quelli che detesta di più. Riccardo Bertoncelli, il critico musicale a cui è dedicato un verso molto polemico della canzone – aveva stroncato il suo album “Stanze di una vita quotidiana” – ha raccontato: «Ci siamo chiariti, ci volevamo bene. Guccini pensava fosse una canzone da concerto, è finita nei juke-box. Nemmeno lui ne poteva più».
Era un antidivo. Questi sono gli anni in cui è la sua quotidianità a dare forma ai suoi testi. A Bologna la vita scorre tra partite di briscola e i bicchieri di vino all’osteria “Da vito”, e l’elaborazione artistica in “via Fabbri 43” (l’indirizzo di casa). Pezzi del presente, luoghi fisici che diventano anche simboli delle sue liriche. Ormai è un cantautore. Niente Sanremo, nessuna ricerca dei riflettori. Solo musica, ovunque. Prima dei Vasco e degli Ultimo, nel doppio live gratuito “Fra l’Emilia e il Far West”, a Bologna raduna 160mila persone. Mica male, nell’era del predigitale.
Sono gli anni Ottanta. Mano a mano che cresce l’epoca del reflusso e che il consumismo dilaga, il Guccini cantautore cede progressivamente spazio al Guccini scrittore. Scrive soprattutto gialli. Il primo, di una lunga serie, è “Cronache epafaniche”: diventa un best-seller. Nei Novanta continua a fare concerti, tanti, e dalla sua produzione musicale arrivano nuovi capolavori come “Cyrano”, ma più il mondo della musica si evolve e più ne prende le distanze. Un riferimento ai terribili fatti di Genova con “Piazza Alimonda” nel 2004 e l’ultimo disco di inediti del 2012 «L’ultima Thule». Poi, più nulla, se non le raccolte degli ultimi anni. E soprattutto basta concerti, lui che dal palco aveva saputo costruire un legame indissolubile col suo popolo.
Il ritiro a vita privata tra le montagne, la dedizione verso la scrittura e non più per la chitarra (poco tempo fa ha raccontato di non toccarla già da anni): l’ultimo dei cantautori aveva in sostanza deciso di negarsi al mondo. Non un gesto inconsulto, netto, ma un percorso riflessivo, di cui questa poteva essere l’unica, logica conclusione. In una recente intervista ha detto: «Gaber, De André, non, c’è più nessuno: sono rimasto solo io. È una responsabilità enorme. Non me la mettete addosso». Si sentiva in imbarazzo. Era il peso delle aspettative: lo spirito dell’avvelenata, ma quasi mezzo secolo dopo. Con la scomparsa del Maestrone il fardello dell’eredità della sua generazione smette di essere un peso. Quella generazione, semplicemente, non c’è più. I Guccini, i Faber, i Gaber si sono estinti. Tutti e tre erano eroi ribelli, malinconici e un po’ solitari; oggi non ci sono più eroi, e nemmeno ribelli.
Viterbo, 2004. Congresso nazionale di Azione Giovani. Guccini, ovviamente, non c’è, ma è come se ci fosse. Ne fa le veci la leader dei piccoli di An, una ragazza minuta dai capelli corvini. Ha 27 anni e si chiama Giorgia Meloni. Chiude il comizio citando “Cyrano”, la canzone preferita del suo cantante preferito. «Venite tutti avanti, nuovi protagonisti, politici rampanti. Venite, portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false. (...) Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco, e al fine della licenza io non perdono e tocco». Boato di applausi.
Com’è stato possibile? Anche Colle Oppio, punto di ritrovo giovanile dell’attuale classe dirigente romana di FdI, era insofferente al conformismo, lo avvertiva come un pericolo. Altri tempi. Oggi quel conformismo non sembra più essere un problema. Nel nostro mondo senza idee, o con idee che si rassomigliano tanto tra loro, la quotidianità è scandita dal dramma, e lo straordinario oggi è solo ordinario. Non ci sono più eroi ribelli né innocenza da rivendicare.
I funerali del Maestrone si terranno in forma privata. Sarà una cerimonia riservata a parenti e intimi. “Farewell”, addio. Oggi ci accorgiamo che, da un po’, siamo più soli. L’eskimo prenderà polvere nell’armadio.

