I 100 anni di Malvestuto: «Giovani, amate la libertà»

17 Aprile 2021

La festa dell’ultimo ufficiale della Brigata Maiella a 7 giorni dal 25 aprile

SULMONA. Un secolo di storia. Cento anni vissuti intensamente, con passione, coraggio e voglia di testimoniare.
Un secolo di vita dedicato alla libertà e a quei valori solidali e unici che ne hanno fatto uno dei testimoni più emblematici delle giornate della Resistenza che regalarono all’Italia e agli italiani il sogno di essere liberi dall'oppressore straniero. Oggi, Gilberto Malvestuto, ultimo ufficiale vivente della formazione partigiana Brigata Maiella, spegnerà 100 candeline. Lo farà nella Casa di riposo di Sulmona dove è ospite da qualche anno, lontano dai suoi cari che non potranno accarezzarlo in questo giorno così importante per via della pandemia.
«Non potremo entrare nella struttura ma saremo fuori a fargli sentire la nostra voce e la nostra presenza e il nostro amore», annunciano il figlio Sandro e la figlia Mirella. L’emergenza sanitaria renderà impossibili i festeggiamenti che una simile ricorrenza avrebbe meritato, ma non impedisce di rendere il dovuto e sentito omaggio al più anziano reduce della Brigata Maiella, unica formazione partigiana decorata di medaglia d’oro al valor militare e alla bandiera.
Tenente, compie cento anni, traguardo prezioso per la vita di un uomo. Per lei cosa significa?
«Provo tanta amarezza perché sono pienamente consapevole di avere la mia vita ormai alle spalle».

Ha attraversato un secolo e vissuto da protagonista gli eventi che hanno portato alla liberazione del nostro Paese: se dovesse sintetizzarlo in due momenti storici, il più difficili e il più bello, quali sceglierebbe?
«L’evento storico per me più difficile è stato senz’altro l’armistizio dell’8 settembre 1943. Ero stato appena nominato sottotenente e inviato a Montepulciano Scalo per il servizio di prima nomina. Qui l’8 settembre, siccome non c’erano ordini superiori, trascorsi alcuni giorni in allarme e poi ottenni l’autorizzazione a lasciare la caserma per pormi in salvo. Abbandonai l’uniforme di Ufficiale dell’Esercito italiano presso una abitazione privata e a piedi iniziai la via del ritorno a casa cercando di evitare l’incontro con le pattuglie tedesche. A Sulmona mi diedi alla clandestinità e riuscii a sfuggire alle numerose retate.
 L’evento storico per me più bello è stato senz’altro la liberazione di Bologna all’alba del 21 aprile 1945. Ne ho un ricordo nitido: la folla assiepata lungo via Rizzoli, in via Indipendenza e in tutte le altre che mi sono rimaste nel cuore, come il bacio di una ragazza che mi disse: “Grazie, tenente!”.
Lei è stato ed è uomo e testimone di libertà e di Resistenza, in nome della patria. Quale significato hanno per lei queste parole e questi ideali oggi? Sono ancora attuali?
«Sono parole che non perdono mai di significato. Patria viene dal latino e significa che dobbiamo appartenere tutti alla stessa comunità, mentre libertà significa vivere senza costrizioni e io sono sempre stato uno spirito libero».
Ha incontrato uomini importanti, Capi di Stato, e ricevuto importanti onorificenze come Ufficiale della Brigata Maiella. C’è una persona o un riconoscimento a cui è particolarmente legato?
«Un incontro emozionante è stato quello con il presidente Sandro Pertini, ma sicuramente la persona a cui sono particolarmente legato», ricorda con commozione, «è stato il mio comandante Ettore Troilo. Per me è stato come un padre».
I giorni che stiamo vivendo da oltre un anno a questa parte a causa della pandemia da Covid-19 rappresentano una dura prova per tutta l’umanità, come già la guerra. Condivide l’idea di chi ritiene quella che stiamo vivendo una nuova guerra?
«La guerra è un’altra cosa che chi non ha vissuto non può capire. Comunque questo virus ci ha stravolto la vita e ci ha privato delle nostre libertà. Soprattutto mi ha separato dai miei familiari che amo tantissimo. Anche il giorno del mio compleanno non potrò essere con loro come avrei voluto».
Il suo rapporto con le giovani generazioni è sempre stato molto sentito e intenso. Si sente di dare loro un messaggio, anche in questo momento così difficile?
«Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani in un’inversione morale della democrazia. Ai giovani dico Amate la libertà... sempre e comunque».
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