I 75 anni di Steven Spielberg da enfant prodige a mito

Dagli esordi negli anni ’70 il prolifico regista ha diretto 57 film tra cui capolavori come “ET” e “Schindler’s List”. E ora è pronto il remake di “West Side Story”
ROMA. Gli inglesi, si sa, hanno la passione per le classifiche. Così tempo fa, il «Daily Telegraph» decise di stilare la lista dei 100 geni viventi e gli assegnò il 26mo posto. Poi la rivista Forbes lo incluse tra i 500 uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio di oltre 3 miliardi di dollari. La somma di queste due bizzarre classifiche fotografa bene la personalità di Steven Allan Spielberg, nato a Cincinnati il 18 dicembre 1946 e festeggiato oggi per i suoi 75 anni vissuti alla velocità della luce: 57 film diretti, 179 produzioni guidate al successo con mano ferma, una quarantina di progetti abbandonati o ceduti ad altri, che avrebbero fatto la fortuna di chiunque, tra un «Harry Potter» e un «Poltergeist», «Il giovane Holden» e «Interstellar». In lui convivono il sognatore e l'uomo d'affari, il fanciullino e il liberal, l'eterno ragazzo segnato da razzismo e bullismo nell'adolescenza e il «pater familias» che ha messo al mondo quattro figli con due mogli diverse e ne ha adottati altri tre con la compagna Kate Capshaw.
Nel giorno del suo compleanno non mancheranno i messaggi d'auguri degli amici più cari: George Lucas, Martin Scorsese, Francis Coppola, tutti accomunati dall'etichetta di «movie brats», i campioni della Nuova Hollywood al tempo dei loro esordi negli anni '70. Ma il demone della regia si era impossessato del giovane Steven ben prima. Figlio di un ingegnere elettronico e di una pianista ebrei, da bambino “schiavizza” tutti, dirigendoli in cortometraggi girati con la cinepresa a 8mm. I temi sono avventurosi ed epici, anche se, dopo il trasferimento della famiglia nel New Jersey, dove l'etichetta di «sporco ebreo» lo ferisce quotidianamente, Spielberg incupisce anche i toni delle sue storie. Nel 1957, a 11 anni, gira un catastrofico scontro tra due treni-giocattolo («The Last Train Wreck») e poi un western («The Last Gun») in cui è anche attore. Nel 1961 ecco il primo medio-metraggio, un racconto di guerra tutto girato intorno a casa, «Escape to Nowhere». L'influenza dell'amato David Lean si fonde con la passione per i fumetti: simula un incidente tra aeroplani filmando all'aeroporto di Phoenix, adatta una storia scritta dalla sorella Nancy per il fluviale «Firelight», saga futuribile di 140 minuti che il padre farà proiettare in un cinema affittato per l'occasione. In compenso non si segnala come studente modello e frequenta con poco profitto l'università statale. Preferisce spendere le sue giornate agli studi della Universal dove si finge per mesi un lavorante finché, scoperto, induce il capo del personale ad assumerlo veramente.
La sua storia d'amore con il cinema è scandita da numerosi record: a 22 anni esordisce col primo «corto» professionale («Amblin»), che gli frutta un contratto di 7 anni con la Universal. Due anni dopo dirige l'episodio pilota della serie «Il tenente Colombo» e strappa i finanziamenti per il suo primo film, «Duel»: si impegna a girarlo in dieci giorni da un racconto di Richard Matheson, che scrive con lui la sceneggiatura. Consegnerà il film finito in 13 giorni lasciando a bocca aperta i produttori che decidono di distribuirlo al cinema invece che in tv. «Duel» gli guadagna anche la stima dell'amico George Lucas che aveva scommesso sul suo insuccesso e invece finirà a versargli una quota parte degli incassi del primo episodio di «Guerre stellari». Dopo un road movie nello stile della Nuova Hollywood, «Sugarland Express», invitato a Cannes nel '74, conclude quel movimento portando al successo planetario «Lo squalo» (1975) con 470 milioni di dollari di incasso e tre Oscar. Due anni dopo, nel 1977, riscrive il modello della fantascienza con «Incontri ravvicinati del terzo tipo» con il suo attore-feticcio Richard Dreyfuss e coinvolgendo uno dei suoi registi prediletti, François Truffaut. All'inizio degli anni '80 batte altri due record: il trionfo di «E.T, l’extraterrestre» e il primo episodio della saga di «Indiana Jones», prodotto dall’amico George Lucas. Dopo «I predatori dell'arca perduta» firmerà altri tre episodi e ha ancora nel cassetto altri due copioni.
Nel 1985 mostra per la prima volta il suo volto più impegnato con «Il colore viola» dedicato ai temi della schiavitù in America. Il filone dell'impegno civile ci regalerà opere come «Amistad», «Lincoln», «Il ponte delle spie» (scritto dai fratelli Cohen), «The Post», ma soprattutto un capolavoro assoluto come «Schindler's List» (1993) con cui vince due premi Oscar per il miglior film e la migliore regia. Devolverà tutto il suo compenso a una fondazione per la memoria della Shoah, ritenendo quei soldi «intinti nel sangue» delle vittime. Ma nello stesso anno conferma la sua vocazione di regista da blockbuster con una storia di dinosauri ideata da Michael Crichton, «Jurassic Park»: sarà il suo più grande successo commerciale. Si arriva al 1998 con un altro record: il film di guerra più realistico mai girato, «Salvate il soldato Ryan» con cui vince un altro Oscar (quattro in tutto, fino a oggi). La pandemia ha frenato l'uscita in sala del suo nuovo lavoro da regista e produttore: un ambizioso remake di un classico del musical come «West Side Story», interpretato da un giovanissimo cast di attori, cantanti e ballerini di ogni etnia, girato a New York e impreziosito dall'apparizione di Rita Moreno, Oscar come attrice non protagonista nel film originale. Musicato da Leonard Bernstein, il film originale compirà 60 anni nel 2021 e l'uscita del remake, verosimilmente rimandata al 10 dicembre 2021, sembra pronto a un record di candidature dell’Academy. «Mia mamma era una pianista classica», ha raccontato il regista a Vanity Fair. «La colonna sonora del musical è stato il primo album di musica popolare che la mia famiglia abbia mai lasciato entrare in casa. Da bambino me ne sono innamorato completamente. Quella di “West Side Story” è stata una tentazione che mi ha accompagnato per molto tempo a cui ho finalmente ceduto».