Il calciatore abruzzese amico di Pablito: «Manca il suo sorriso»

9 Dicembre 2021

Luciano Miani giocava con l’eroe Mundial 1982 nella Juve «Alle Maldive la folla lo acclamò: era più famoso del Papa»

A un anno dalla morte c’è chi ricorda le gesta del Pablito nazionale e chi vede rinnovarsi il dolore per la perdita di un caro amico. Per tutti era Paolo Rossi, l’eroe del Mundial 1982 nonché cannoniere implacabile; per gli amici era semplicemente bomber. Era così che lo chiamava (e lo chiama ancora) Luciano Miani, 65 anni, nativo di Chieti e oggi stabilitosi a Rosciano (provincia di Pescara), ex allenatore nei dilettanti ed ex centrocampista, tra gli altri, di Vicenza e Fiorentina, in serie A. Nella sua biografia Paolo Rossi parla di Miani come “il miglior amico ai tempi delle giovanili della Juventus”.
Miani, quando ha conosciuto Paolo Rossi?
Era il 1969, al campo della Civitella, a Chieti. Entrambi premiati al torneo giovanile, quello in cui c’era anche Moggi allora osservatore della Juve. Era una sorta di passerella sotto gli occhi dei talent scout.
Poi?
Ci siamo ritrovati nel 1972 a Torino alla Juventus, al settore giovanile. Lui dalla V. Cattolica Firenze e io dal River 65. Siamo stati insieme fino al 1975. Abbiamo fatto tutta la trafila fino ai margini della prima squadra. Io libero, lui centravanti. Abbiamo fatto subito amicizia, è scattato il feeling. Abbiamo condiviso il bello e il brutto della nostra adolescenza; di chi è costretto a inseguire il sogno di diventare calciatore lontano da casa. Io all’istituto per geometri e lui alla Ragioneria. Entrambi lontani dagli affetti. Ricordo che ogni tanto venivano i suoi genitori la domenica e portavano da mangiare. Negli anni quante rimpatriate, quante ne abbiamo combinate…
Una breve separazione e di nuovo insieme.
Sì, a Vicenza nel 1978. Nella squadra dei miracoli di Gb Fabbri. Lui era già lì.
L’amicizia ha resistito negli anni.
Sì, perché era radicata e strutturata. Ci vedevamo spesso e ci sentivamo spesso, nonostante il passare degli anni e i mutamenti degli equilibri familiari. Ogni volta a prenderci in giro e a ridere. Quanti sfottò!
Che cosa le manca?
Il suo sorriso. Ogni volta rideva. E io gli dicevo sempre “Ma che cosa ti ridi?”
Vi divertivate facendo che cosa?
L’imitazione degli allenatori che abbiamo avuto. Oppure parlando in dialetto piemontese o veneto.
Qualche aneddoto?
Qualche? Tanti. Una volta con il Vicenza facemmo un’amichevole a Messina. Dovemmo uscire dallo stadio dentro un’ambulanza, visto che eravamo assediati da fan in delirio. Era popolare. Ed era portato al contatto con la gente. Il calcio non poteva avere miglior ambasciatore. Una volta con il Club Italia, dopo aver appeso le scarpe al chiodo, andammo alle Maldive. Era famoso anche lì. All’aeroporto c’era una folla oceanica ad attenderci. Era più conosciuto del Papa.
L’ultimo contatto?
Era il giugno del 2019. Prese parte a una manifestazione a Pescara e a una serata a Ortona. Mi chiamò al telefono, io me la presi perché non mi aveva avvertito. Mi disse: “Ciano (diminutivo di Luciano) stai tranquillo e prepara gli arrosticini perché, appena posso, torno”. Invece niente….
Sapeva della malattia?
No, però avevo capito che qualcosa non andava; vuoi perché era stringato nei messaggi e non il solito giocherellone, vuoi perché si lamentava del solito mal di schiena. E da lì ha scoperto di avere un brutto male. L’ultima volta lo vidi a Vicenza.
Come lo ricorda?
A settembre, nel giorno del suo compleanno (il 23, ndr), sono stato nel suo agriturismo, in provincia di Siena, dove vivono la moglie e le due figlie del secondo matrimonio. Lì sono custodite le sue ceneri e lì ci siamo ritrovati noi amici dell’ex Primavera della Juve, gente che ha fatto carriera nel calcio e gente che non ha mai giocato a certi livelli. Siamo stati insieme nel suo ricordo. Per noi era bomber.
Per tutti gli altri Pablito, icona del calcio italiano .