Il corpo del reato Carlo Bonini racconta il caso Cucchi

24 Dicembre 2016

«Un drogato di merda. Già il calvario di Stefano Cucchi, sei anni di menzogne, il balbettio confuso della scienza medica di fronte a un corpo martoriato era in quell'aggettivo e predicato. Drogato di...

«Un drogato di merda. Già il calvario di Stefano Cucchi, sei anni di menzogne, il balbettio confuso della scienza medica di fronte a un corpo martoriato era in quell'aggettivo e predicato. Drogato di merda. Dunque, ultimo degli ultimi. Dunque, privo di diritti. Dunque, non uguale di fronte alla legge degli uomini».

Nel suo libro “Il corpo del reato” (Feltrinelli, 318 pagine, 18 euro), Carlo Bonini non usa parole sue, prende a prestito quelle dei protagonisti per descrivere la considerazione che avevano per Stefano Cucchi i protagonisti di una storia emblematica dell'Italia dei giorni nostri. Da Bolzaneto a Giuseppe Uva, da Federico Aldrovandi, fino a Giulio Regeni: è il potere che si fa violento, lo stato di diritto che rimane sconfitto.

«Drogato di merda», questo era Stefano Cucchi a sentire le intercettazioni che hanno coinvolto i carabinieri accusati di averlo pestato. «Non ti preoccupare, perché poco alla volta ci arriveranno - dice la moglie di uno di loro in una telefonata -. Perché quello che hai raccontato a me lo hai raccontato a tanta gente. Hai raccontato della perquisizione, Raffaè. Hai raccontato di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda!». “Il corpo del reato” è un racconto incalzante, frutto di sette anni di articoli scritti su Repubblica, della lettura di decine di migliaia di pagine di atti giudiziari, dei colloqui con i familiari, dello studio delle perizie medico-legali sulle cause della morte. Ed anche di tante interviste che hanno consentito all'autore di mettere in scena dialoghi serrati e particolareggiati come si trattasse di un romanzo. Al centro del racconto c'è il testimone primo e ultimo della verità su quanto accaduto: il corpo del reato. «Un corpo a perdere - scrive Bonini -. Uno di quelli di cui si dice, nel gergo di certi sbirri, che abbiano il nome all'anagrafe scritto a matita. Perché cancellarlo è un attimo. E nessuno verrà a reclamare».

Il racconto ripercorre i processi che si sono susseguiti dalla morte di Cucchi per cercare di individuare i responsabili. «Stefano Cucchi è morto - scrive Bonini -. Lo Stato che lo aveva preso in custodia ha restituito solo un cadavere. Ma quel cadavere parla. E tutti lo dobbiamo ascoltare».

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