Il garage del coniglio bianco teatro di paura e avventure

«Con la mano mutilata , quasi un moncherino, sferrò due colpi violentissimi ... Il rituale si svolse nel silenzio. Tornai a giocare segnando un gran gol di tacco»
I tre palazzi del mio quartiere creavano al proprio interno una sorta di largo trivio, un ampio cortile in cui la vita dei tanti ragazzi si animava quotidianamente senza che l’alternarsi delle stagioni rappresentasse un qualche ostacolo.
I palazzi avevano alle spalle, quasi fosse un confine, l’argine che i vecchi raccontavano fosse stato costruito dal duce dopo una disastrosa alluvione. Tra l’argine e il fiume canneti, alberi, sterpaglie rappresentavano la nostra giungla. Si viveva in bilico tra la modernità e la selvatichezza, pur vivendo in città dove mi ero trasferito qualche anno prima dal paese. L’ascensore del mio palazzo costituiva l’unica vera novità rispetto alla vita paesana.
Per tutta la mia infanzia ho fatto il ricorrente sogno di prendere l’ascensore, premere il pulsante del terzo piano dove abitavo e superarlo fino a sfondare il tetto del palazzo. Nei miei sogni l’ascensore non si è mai fermato al mio piano. I giochi si distribuivano democraticamente in funzione dello scenario bucolico-urbano. Nell’area argine-giungla si svolgevano rigorosamente le battaglie e le prove di coraggio. Eserciti muniti di canne di bambù, mazze e pietre di varia grandezza si fronteggiavano dandosi appuntamento al giorno dopo per aggiudicarsi la vittoria finale.
Le prove di coraggio riguardavano la salita sul ramo più alto dell’albero e il salto dalla riva del fiume su di un vecchio cassone di un camion, usato a mo’ di zattera, ancorato ad un piolo e spinto alla deriva con una lunga canna. Una volta Giovanni, il bambino più piccolo del gruppo, cadde nel fiume e, mentre stava per scivolare tra melma e fanghi, fu afferrato da me per un braccio e salvato. Da quel giorno io ero quello che aveva salvato la vita a Giovanni.
Nel cortile si facevano i giochi educati ai quali partecipavano anche le bambine usate, a volte, come vedette nelle battaglie. Dora, con i suoi salti leggeri e aggraziati e la gonnina verde a pieghe, a campana, era imbattibile. Nelle partite di calcio, quando non si andava al campetto sotto l’argine per quelle più importanti e con squadre più numerose, le porte erano le serrande dei garage. Un altro luogo di giochi era il bar sotto il palazzo dove abitavo. Lì convivevano bambini e adulti e i giochi erano le carte, il flipper e il biliardo.
Ma il vero divertimento era osservare i grandi giocare e parlare. Una bizzarra scuola in cui ti capitava di avere come vicino di banco un uomo di ottant’anni che t’insegnava il tiro a candela. Un giorno entrò nel bar un tizio che pareva facesse il camionista e venisse da Torino. Era magrissimo e sorrideva sotto dei baffetti curatissimi. Poco dopo partì una scommessa che però aveva più il sapore di una sfida estrema: avrebbe bevuto in un sol fiato un caffè bollente versato in un bicchiere di vetro e poi mangiato il bicchiere. Diecimila lire la posta. Ricordo il tatuaggio di una sigaretta fumante che l’uomo aveva sulla mano che afferrò il bicchiere e l’espressione, tra l’incredulo e lo spaventato, del ragazzo del bar quando diede il primo morso. Il camionista sorridente vinse la scommessa. Le serrande aperte di alcuni garage svelavano un’altra parte del mondo adulto.
C’era la numerosa famiglia del cartonaio, tutti con i capelli rossi, sempre alle prese con l’assemblaggio di scatole di grandezze varie. Ogni tanto s’inseriva qualcuno di noi più per scoprire il mistero dei cartoni che per il piacere di partecipare a quella silenziosa e noiosa catena di montaggio. C’era il calzolaio che nelle pause di lavoro usciva dal garage-bottega e, seduto sullo sgabello, suonava il mandolino. E poi, tra gli altri, c’era il garage del signor Filippo che mai nessuno aveva visto aperto.
Il signor Filippo si vedeva raramente durante il giorno perché faceva il custode notturno. Appariva a volte improvvisamente e minacciosamente sul balcone urlandoci di smettere di far rumore con il pallone contro le serrande dei garage. Una volta lanciò un vaso su Dario mancandolo per poco. Era un uomo massiccio, sulla quarantina e ad una mano gli mancavano alcune dita che, si diceva, avesse perso sotto una pressa.
Quel tardo pomeriggio d’estate la serranda del suo garage era sollevata a metà. Pur essendo un evento, i tanti ragazzini che si dividevano tra giochi vari non lo notarono e comunque nessuno ne fece cenno. Quando mi sentii chiamare, voltandomi, vidi il signor Filippo che, chinato sotto la saracinesca, con la mano mi faceva cenno di andare verso di lui. La paura mista a sorpresa non mi impedì di andare verso il garage. Varcata la soglia, la serranda si chiuse dietro di me ovattando gli schiamazzi dei bambini. Un lenzuolo bianco divideva quasi a metà lo spazio e il signor Filippo lo aprì come fosse una sipario.
Da un lato, a terra, c’era una cassetta della frutta di legno capovolta, dall’altro lato uno sgabello di paglia dove mi fece sedere. Subito dopo alzò la cassetta e afferrò al volo per le zampe posteriori un coniglio bianco, posto su un catino bianco smaltato, sollevandolo di scatto. Con la mano mutilata che ora vedevo bene, quasi un moncherino con marcate cicatrici, sferrò due colpi violentissimi sulla testa del coniglio. Il rumore del cranio sfondato si unì allo sbotto di sangue. Ripose il coniglio sul catino non più bianco, capovolse sopra la cassetta, alzò la serranda, restituendomi, in assolvenza, il chiasso dei bambini e mi fece uscire. Tutto il rituale si svolse nel silenzio. Non raccontai nulla ai miei amici e tornai a giocare segnando un gran gol di tacco.
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