«Il mio Paterno è il piccolo regno del vino cotto»

14 Gennaio 2016

Filiberto e Vincenzo Cioti, padre e figlio e le vigne secolari nella frazione di Campli

CAMPLI. Filiberto e Vincenzo Cioti aspettano davanti alla casa di famiglia nel cuore di Paterno, borgo e frazione di Campli, il centro del Teramano famoso per la sua Scala Santa e per la bellissima Madonna del Latte.

Una quarantina d'anni li separano, ma ciò che accomuna padre e figlio è la passione per la campagna, per la vigna, quella tradizione tramandata di generazione in generazione che sopravvive nella loro azienda vitivinicola, l'unica di questo comune ancora in attività. Vincenzo ha iniziato a studiare viticoltura ed enologia a Teramo, ma già segue a pieno ritmo la cantina, affiancando suo padre in tutte le operazioni. «Ho continuato il lavoro che è stato di mio padre e di mio nonno», racconta Filiberto, che è anche produttore di olio, farro – è nella rete degli agricoltori-custodi dei vecchi semi – e patata turchesa della cui associazione produttori è presidente. Il vino, però, resta il primo amore e soprattutto tra i vini quello che più lo lega alle memorie storiche e al suo borgo è il vino cotto. «Ne conserviamo in cantina botti del 1872 e l'ambiente dove tuttora facciamo il vino cotto è della metà del Settecento, forse l'unico rimasto in Abruzzo» spiega con orgoglio Filiberto.

Com'è questo piccolissimo agglomerato di case, com'è Paterno?

«È un borgo antico, mappato già all'inizio del 1400, che oggi ospita un'ottantina di residenti. Ha le sue case antiche, che qualcuno ha ammodernato in parte, ma nel complesso tutto è rimasto con l'aspetto di secoli fa, ha la chiesa di San Donato Martire del '500...»

Ed ha la cantina Cioti!

«Sì, è proprio al centro del borgo, in una vecchia casa di famiglia di inizio '700. Ma qui tutto era legato al vino. Mio padre mi raccontava che durante la vendemmia lungo le vie del paese scorreva il mosto. Paterno era il luogo dove si produceva più vino a Campli, che andava tutto venduto nelle osterie e nelle case dei dintorni, e Campli, insieme a Mosciano, era il paese dove nell'Ottocento si produceva più vino nella provincia di Teramo».

Che particolarità ha questo territorio capaci di fare buono il vino?

«Qui si fa un vino con un carattere diverso da tutti gli altri, non dico che qui i vini siano migliori di altri, ma che hanno una loro personalità ben riconoscibile. Le viti affondano le radici in terreni prevalentemente argillosi, le uve bianche crescono a 500 metri sul livello del mare ed esposte a Nord-Nord Est, quelle nere a 300 metri guardando a Sud. Sono vigne anche molto vecchie che danno vini corposi, con il valore aggiunto della bassa produzione e della manualità delle cure. Tutto viene vendemmiato e vinificato in maniera antica direi, come una volta».

State lavorando su un vecchio clone, misterioso, che ha messo in crisi anche le ricerche ampelografiche, ma per lei non è questo il vino più rappresentativo di Paterno.

«Si riferisce ad un vitigno a bacca bianca che stiamo studiando, lontano da ogni autoctono abruzzese e con vaghe somiglianze al Verdicchio, lo chiamiamo in dialetto “Lu reo”. Ma il vino di Paterno è anzitutto il vino cotto, “Lu Bambinelle”!».

Perché? E perché questo nome?

«In questa fascia appenninica si produceva vino cotto dai tempi dei romani. Forse perché non si riusciva a mantenere il vino fino alla vendemmia successiva e allora lo si faceva bollire un po' per conservarlo, oppure perché nelle annate abbandanti non era facile stoccarlo tutto e così lo si riduceva un po'. Certo è che nei secoli il vino cotto è rimasto un simbolo del nostro costume locale, si produceva quando nasceva un figlio e si stappava, proprio quella annata, quando quel figlio si sposava, ecco perché “ Lu Bambinell”».

Lei si sente un tutt'uno con la comunità di Paterno, che descrive come un grande condominio. Un visitatore come viene accolto qui?

«Se viene a San Martino c'è la festa del vino nuovo, il borgo è in fermento. Si può trovare sempre ospitalità nel vicino agriturismo “Il Montanaro”, magari per provare una tipicità come Ceci e castagne. Noi, invece, stiamo per aprire una struttura ricettiva proprio nel borgo, in un antico palazzo, dove pernottare, degustare vini e mangiare, secondo stagionalità, solo i frutti della nostra terra».

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